Il mistero di una canzone, di un’amicizia, di una morte. Tante morti.
Cominciare dalla fine. Un’idea pazza, geniale, ironica, innovativa? Forse tutte queste cose. E fu una delle tante idee che caratterizzarono un capolavoro del cinema realizzato da un regista in piena ascesa: Francis Ford Coppola. Nel 1979 il suo “Apocalypse now” (Palma d’oro a Cannes, premio Oscar per miglior sonoro e miglior fotografia, del nostro Vittorio Storaro) esordiva, subito dopo i titoli, con una sequenza di immagini sovrapposte e alternate che compongono una sintesi epica di quello che sarà poi il film, accompagnandole con una stupenda canzone dei Doors: la drammatica voce di Jim Morrison che canta “This is the end”.
Il tema, anzi i temi della canzone The End sono molteplici e spaziano dal complesso di Edipo alla crisi di follia, su stimoli nietzschiani, angoscia e turpiloquio (in realtà nessuno ha mai avuto chiaro esattamente tutto ciò che Morrison introdusse in quel testo a seguito dei suoi studi e letture, cosa esattamente volesse significare). Temi che hanno origine in un contesto familiare e sociale, eppure si sposano magnificamente con le immagini che scorrono e le emozioni che suscitano. Questa è stata la grande intuizione della scelta di Coppola. Il brano fu un remix del pezzo inserito dai Doors nel loro primo album, rimodulato per accentuare i caratteri grotteschi e drammatici in parallelo al film. Da notare che Francis Ford Coppola aveva un’ottima educazione e sensibilità musicale, essendo figlio del noto compositore e direttore d’orchestra Carmine Coppola.
Le note della canzone riecheggiano anche verso la fine del film, con un ritmo accelerato, in una scena cruciale, a confermare quanto annunciavano e quindi anche una vera fine: la morte attesa di un protagonista.
Il successo planetario del film (nella Top Ten del 1979) riportò in auge il mito dei Doors e di Jim Morrison, il loro bel frontman dalla folta capigliatura, sogno di molte adolescenti dell’epoca. Un gruppo che si pose presto al vertice del rock, innovando e influenzando, generando pezzi divenuti classici e più volte rivisitati, seppure percorrendo solo una parabola di poco più di 4 anni, dal 1967 (primo album) alla morte di Morrison nel 1971. I Doors si esibirono poi ancora per un paio d’anni ma ormai erano un’altra cosa.
A posteriori, anche cavalcando il redivivo mito Morrison, Coppola narrò della loro conoscenza nata nei corsi di Cinema dell’UCLA (Università della California di Los Angeles) in cui entrambi si erano avviati alla carriera registica, dei loro colloqui, della loro amicizia, di cu però rimase poi poca traccia negli anni successivi. Girò voce anche di una liaison fra Jim e la sorella di Francis, Talia (nota per l’interpretazione di Connie nel “Padrino” e di Adriana in “Rocky”), mai veramente confermata. Più oltre Coppola si spinse a dire che aveva avuto da Morrison l’autorizzazione a usare il brano “The end” per il suo film ma i conti non tornano: Coppola iniziò ad accostarsi alla produzione del film solo nel 1976 e Morrison era già morto da cinque anni.
La memoria gioca brutti scherzi.
In realtà, benché si siano effettivamente conosciuti durante quegli studi, i personaggi erano diversissimi: Coppola aveva una buona base musicale ma era fortemente determinato verso la carriera registica. Morrison era più eclettico, mirava alla regia (girò alcuni corti) ma sostanzialmente aveva bisogno di esprimere quel potenziale che gli esplodeva dentro (scriveva poesie, sceneggiature, dipingeva). In preda a una bulimia culturale aveva letto molto e in vari campi: filosofia, psicoanalisi, poesia, fantascienza e anche scritti di misticismo. Il suo obiettivo era trovare una chiave di rielaborazione ed esteriorizzazione di tutto questo. E la trovò nella musica. Non da solo, non era portato musicalmente, seppure con una stupenda voce, ma tramite un altro compagno di studi dell’UCLA, di altissime abilità musicali, Ray Manzarek. Nel 1965 nacque il gruppo e nel 1967 il primo album, comprendente “The End” e, tra gli altri, “Light my fire”, un altro grande successo.
L’irrequieto Morrison condusse il gruppo a un successo epico negli anni seguenti, culminante nel megaconcerto all’isola di Wight nel 1970. Poi l’alternanza di depressioni, ossessioni, ricerche spasmodiche di altre verità e orizzonti, l’uso di sostanze allucinogene e l’abuso di alcool, lo condussero poco dopo alla morte nell’appartamento di Parigi prestatogli da un’amica al n. 17 di rue Beautreillis, nel Marais. Precedentemente aveva alloggiato nell’Hotel de Alsace, già noto per aver accolto gli ultimi momenti di Oscar Wilde. La notte tra il 2 e il 3 luglio, dopo aver avuto degli sbocchi di sangue, cercò di rassicurare la compagna Pamela e si avviò a farsi un bagno mentre lei andava a dormire. Al mattino, alle 6, lei lo trovò esanime, col sangue che colava dal naso. Nonostante le chiamate a soccorritori e amici, tra cui la regista francese Agnès Varda, al cui lavoro Jim era interessato, non si poté far altro che constatare la morte, avvenuta probabilmente già da alcune ore. Si ipotizzò un problema alle coronarie, un infarto del miocardio. Ma il cuore si ferma sempre, quando si muore. Non c’erano particolari segni esterni e non ci fu autopsia.

I sintomi precedenti potevano però anche essere relativi a un’emorragia interna o altri danni, forse legati ad assunzione di eroina mal tagliata (questa voce rimbalzò insistentemente, correlata anche alla immediata sparizione dalla circolazione dei suoi amici pusher). A cura della stessa Varda e col contorno di pochissimi amici, fu sepolto nel celebre Père Lachaise, il cimitero monumentale di Parigi, dove riposano molti grandi scrittori, fra cui proprio Oscar Wilde ma anche Balzac, Apollinaire, Marcel Proust, e decine di artisti, musicisti, cantanti e attori, tra cui George Bizet, Yves Montand, Maria Callas, Edith Piaf, il nostro Luigi Cherubini ed anche Vincenzo Bellini, fino alla traslazione nel duomo della sua Catania.
Jim Morrison a poco più di 27 anni entrò a far parte del Club 27 (come definito nelle cronache dei decenni successivi), il nome dato alla triste coincidenza cronografica che accomunava la morte alla stessa età, 27 anni appunto, di tanti personaggi musicali, come Brian Jones (Rolling Stones, 1969), Alan “Blind Owl” Wilson (Canned Heat, 1970), Jimi Hendrix (1970), Janis Joplin (1970), Ron “Pigpen” McKernan (Greatful Dead, 1973), Pamela Courson (compagna di Jim Morrison, 1974), Gary Thain (Uriah Heep, 1974), Kurt Cobain (Nirvana, 1994), e più recentemente Amy Winehouse (2013). Non solo musica: per inciso anche il grande artista Basquiat morì a 27 anni per overdose (1980). E così, this is the end!











