Senza fine: viaggio nell’universo delle storie che non devono finire

Una nave sparisce misteriosamente in mezzo al mare del Giappone. Anche i soccorsi, inviati tempestivamente, non fanno più ritorno. Il governo giapponese manda i suoi migliori scienziati a verificare orme gigantesche su un isola fin quando l’orrore definito “jurassico-atomico” si palesa in tutti i suoi cinquanta metri d’altezza.

Nel 1954, quando Ishirō Honda girò il primo Gojira negli studi Toho di Tokyo, probabilmente non immaginava di aver messo in moto la più longeva macchina narrativa della storia del cinema. Settant’anni dopo la “balena gorilla” radioattiva continua a devastare schermi di tutto il mondo, forte di trentotto film ufficiali e un franchise che ha attraversato ere geologiche cinematografiche: dal bianco e nero ai blockbuster CGI, dal Giappone post-atomico alla Hollywood contemporanea (qui un interessante documentario sulla saga e su Shin Gojira (2016), per me uno dei migliori).

Godzilla non è solo un mostro: è il DNA di una forma narrativa che ha rivoluzionato il cinema. Nonostante venga vent’anni dopo il primo vero mostro gigante, King Kong (1933) (il quale, prima di entrare a far parte del “Monsterverse” ha avuto anche lui un sequel dal titolo Il figlio di King Kong (1933) e addirittura un crossover con Godzilla stesso, Il trionfo di King Kong (1962), girato dallo stesso Ishirō Honda), Godzilla è il capostipite di quella che oggi chiamiamo “economia del franchise”, un fenomeno che nel 2025 rappresenta tra il 50% e il 70% delle produzioni delle major hollywoodiane e ha trasformato radicalmente il modo in cui concepiamo, produciamo e consumiamo storie.

Godzilla

La nascita del franchise cinematografico affonda le radici nell’era del cinema muto quando i serial episodici dominavano le sale. The Perils of Pauline (1914) con Pearl White stabilì il modello: un personaggio riconoscibile, situazioni ripetibili, cliffhanger che garantivano il ritorno del pubblico. Ma fu negli anni ’30 che Universal Studios creò il primo vero universo cinematografico condiviso con i Monster Movies: sessant’anni prima del Marvel Cinematic Universe, Dracula e Frankenstein si incontravano già in House of Frankenstein (1944), stabilendo le regole non scritte del crossover.

Il concetto moderno di franchise nasce però con James Bond nel 1962. Dr. No di Terence Young non era pensato come un film isolato: i produttori Albert Broccoli e Harry Saltzman avevano già acquistato i diritti di tutti i romanzi di Ian Fleming, pianificando una serialità che oggi conta ventisei film ufficiali e oltre 7,9 miliardi di dollari di incassi globali. Saltzman e Broccoli codificarono la formula: personaggio iconico, elementi ricorrenti, struttura narrativa modulare, capacità di adattarsi ai tempi mantenendo la propria identità.

La ricerca sui franchise cinematografici rivela dimensioni sorprendenti: dalla nascita del cinema ad oggi esistono oltre 8000 franchise documentati, con una crescita esponenziale negli ultimi quarant’anni. Se negli anni ’70-’80 rappresentavano il 15-20% delle major release, nel 2024 costituiscono il 35-40% di tutte le produzioni dei grandi studios. I dati sono incontrovertibili: il Marvel Cinematic Universe ha generato 31,8 miliardi di dollari con 43 film, Star Wars ne ha incassati 10,4 miliardi e Harry Potter 9,6 miliardi (e una serie è già in produzione).

L’Asia rappresenta il 30% dei franchise mondiali, con il Giappone che guida attraverso l’industria anime (22 miliardi di dollari nel 2023) e Godzilla come punta di diamante. L’Europa contribuisce con 1200 franchise, dall’immortale 007 alle saghe francesi come Taxi (1988) con i suoi cinque film (e un ovvio remake hollywoodiano). La Cina emerge come nuovo protagonista: The Wandering Earth (2019) e The Battle at Lake Changjin (2021) hanno dimostrato che il mercato interno cinese può sostenere franchise miliardari.

L’Italia ha sempre avuto un rapporto particolare con i franchise. Negli anni ’60-’70 abbiamo prodotto circa cinquecento spaghetti western (definizione che Sergio Leone odiava), creando un fenomeno che influenzò Hollywood: la Trilogia del Dollaro di Sergio Leone, le serie Django e Sartana dimostrarono che anche il nostro cinema poteva pensare in grande. Nell’ultimo decennio il panorama italiano ha mostrato segnali di rinnovamento, forse avvicinandosi troppo all’idea di industria cinematografica statunitense. I Diabolik dei Manetti Bros. hanno dato vita a una trilogia completata nel 2023, rispolverando il fumetto delle sorelle Giussani e dimostrando che esiste un pubblico, almeno in Italia, per franchise nostrani. Smetto quando voglio (2014) di Sydney Sibilia rappresenta un caso ancora più interessante: la trilogia (2014-2017) ha ottenuto un buon successo di pubblico e critica, nonostante le forzature “seriali” degli ultimi due capitoli.

Cosa rende un franchise immortale? L’analisi rivela pattern ricorrenti: personaggi archetipici, mondi espandibili, temi universali declinati attraverso filtri culturali specifici. Star Wars funziona perché George Lucas ha consciamente applicato il monomito di Joseph Campbell alla space opera, creando una mitologia moderna scalabile. I franchise più duraturi dimostrano una peculiare capacità di adattamento: Bond cambia volto ogni decennio, Godzilla passa da metafora anti-atomica a simbolo ambientalista e Batman torna alle origini, passando da camp televisivo a dark knight cinematografico.

Ma è l’intelligenza artificiale che sta rivoluzionando il futuro dei franchise. Algoritmi analizzano script per predire il successo di potenziali serie, deepfake permettono la resurrezione digitale di attori defunti e la computer grafica rende possibili universi prima impensabili. Netflix utilizza già AI per personalizzare contenuti e suggerire sviluppi narrativi mentre studios come Disney sperimentano con la scrittura assistita da machine learning per sviluppare archi narrativi di franchise esistenti. L’AI non sostituisce la creatività umana, non ne è (ancora) tecnicamente in grado, ma la amplifica: può generare infinite varianti di una storia base, testare reazioni del pubblico su focus group virtuali, o svolgere compiti più pratici come ottimizzare dialoghi per mercati specifici. Ma il rischio è l’omologazione: se tutti i franchise seguissero gli stessi algoritmi il cinema perderebbe quella diversità che ne ha sempre costituito la ricchezza. Ma l’AI può anche democratizzare la produzione: permettere a creativi indipendenti di competere con le major, abbattere barriere tecniche, rendere possibili saghe che prima richiedevano budget impossibili.

Guardando avanti, i franchise si stanno evolvendo verso forme ibride. La distinzione tra cinema e streaming si assottiglia, i confini tra serie televisive e saghe cinematografiche svaniscono. The Mandalorian (2019) ha rilanciato Star Wars attraverso il formato seriale, il Marvel Cinematic Universe integra perfettamente film e serie Disney+.

Tutto per non scrivere “The End” in maniera definitiva e chiudere i rubinetti a un flusso economico garantito da milioni di fans.

La sfida del futuro sarà mantenere l’equilibrio tra sostenibilità commerciale e diversità creativa. Perché alla fine, come insegna la storia di Godzilla, un franchise sopravvive non per la potenza del marketing o degli algoritmi, ma per la forza del mito che riesce a incarnare. E i miti, per definizione, sono eterni perché parlano di noi, delle nostre paure e dei nostri sogni, attraverso maschere sempre diverse ma sostanzialmente immortali.

Il cinema del futuro sarà inevitabilmente quello dei franchise. La domanda non è se questo sia giusto o sbagliato, ma se sapremo mantenere viva quella scintilla narrativa che trasforma una semplice storia in una leggenda condivisa da milioni di persone in tutto il mondo.

Alessio Petrolino

Alessio Petrolino

Ingegnere per sbaglio, scrittore per passione. Si innamora del cinema dopo aver visto da bambino Barry Lyndon. Socio Mensa.

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