Senza fine: una moneta truccata

L’essere umano ha edificato la propria esistenza su costrutti e astrazioni. Sebbene molti abbiano valore universale, la natura stessa dell’individuo finisce inevitabilmente per caricare ognuno di essi di sfumature esperienziali: basta che ciascuno di noi rifletta per un instante sul significato infuso in vocaboli quali amore, giustizia, integrità, libertà.

Il concetto identificato dalla parola “fine” è talmente sconfinato da apparire quasi irrisorio volerne trattare in un qualsivoglia saggio, articolo o componimento. Cionondimeno è nella natura intrinseca dell’uomo spingersi oltre il limite di quanto la ragione suggerisca come ridicolo o insensato.

La parola che di primo acchito assurge alla mente è probabilmente conclusione, ossia che tutto ciò che ha un inizio deve giungere a un termine. La banalità di questa affermazione non toglie però la gravitas ivi contenuta: è difficile pensare a un’idea più sbalorditiva nella sua semplicità. La ragione sta nel fatto che tutte le singole interazioni con oggetti, animali e individui, nonché le elucubrazioni derivatene che tutti noi sperimentiamo nel quotidiano in ogni singolo aspetto della nostra vita, ci rende consapevoli (a livello conscio o inconscio) della nostra esistenza. La capacità di elaborare informazioni ricevute, siano essi ricordi, racconti, immagini, ci rende in grado di risalire in maniera approssimativa a quello che può essere l’inizio di ciò che, parafrasando così da non scontentare alcuno, percepiamo come vita.
Ma la fine è un altro paio di maniche. Stiamo parlando di qualcosa di sconosciuto e indefinito, e se c’è qualcosa inciso nella pietra dall’alba del tempo è la paura dell’ignoto che pervade ogni creatura mai esistita. Se dovessi associare un termine al concetto in esame, userei l’astonishment del Romanticismo anglosassone, un mix equipollente di fascinazione e terrore reverenziali.

Come hanno affrontato, o meglio come sono venuti a patti uomini e donne con questo sentimento pervasivo e paralizzante? I più si sono rifiutati di farlo e hanno ricacciato nel profondo di sé stessi quel doloroso pensiero dietro a mura di impegni, lavori, distrazioni con la comprensibile aspirazione a rifuggire quell’inevitabile appuntamento che attende tutti noi, un meccanismo di coping che ha permesso alle generazioni passate di perpetuare la specie fino a oggi. Una minoranza, forse neanche tanto sparuta, dotata di senso artistico, ha convogliato parte delle proprie speranza e ambizione nella narrativa: dall’epopea di Gilgamesh in poi l’umanità ha riversato in prosa, versi, immagini e messe in scena la propria volontà di continuare a esistere oltre il limite della propria mortalità, con racconti avvincenti e personaggi capaci di azioni superlative, eppure quasi sempre così inconfutabilmente umani, consacrandoli ai posteri in storie finite nel vero senso della parola, esorcizzando così il timore associato alla parola stessa. In funzione più strettamente personale, molti autori hanno peraltro ritenuto di poter ingannare l’oblio perenne con la perpetuità della propria opera. Sarà così? Solo il tempo lo dirà. E se effettivamente verranno anch’essi a sommarsi al novero di masse senza nome che la storia ha lasciato dietro di sé, sarà anche il solo a saperlo.

Vi sarà balzato all’occhio come abbia glissato finora sull’identificazione generica e del tutto arbitraria tra fine e morte. Senza dubbio la fine in sé è un concetto neutro, a cui è possibile infondere soggettivamente connotazione sia positiva che negativa, ragion per cui possiamo identificare anche un più fausto rovescio della medaglia. Non si può evitare di sottolineare l’ironia nell’evidenziare come proprio uno dei sopracitati meccanismi di difesa dal pensiero intrusivo della mortalità si basi sulla ripetizione di azioni finite. Concludere un duro lavoro con la corrispondente possibilità di una ricompensa (talvolta) equanime è fonte di gratificazione senza eguali nell’esperienza umana: che si tratti di un’azione imposta, necessaria o volontaria, l’atto di completare un’operazione conferisce una percezione positiva della propria persona e delle corrispondenti capacità, seguita dallo stimolo autoindotto alla ripetizione, con il reiterarsi di un feedback positivo. Ovviamente questo non è valido come regola universale: tutto sta nell’efficacia di quel coping a cui noi tutti in misura diversa ci aggrappiamo e a quanto sia salda la nostra presa.

Quanto finora riportato può riassumere la vicenda umana dalla creazione della parola fino all’Età Contemporanea, ma resta ancora da approfondire l’ultimo e tumultuoso capitolo in corso d’opera.

Che ci piaccia o meno, quei metodi che per secoli sono stati le fondamenta del timido ma incessante avanzare dell’umanità sono oggi messi fortemente in discussione. Come per molte delle sfide attuali che siamo chiamati ad affrontare, la globalizzazione mediatica va considerata, se non il primum movens, quantomeno il comburente che alimenta l’incendio divampato nel lato oscuro della inestimabile e tanto valutata libertà. L’avvento dei social media e l’abuso tendenzioso e menzognero delle opinioni come fonti di verità autenticate, parallelamente all’ascesa al potere della disinformazione quale odierno sovrano delle masse (e talvolta anche delle élite), ha destabilizzato un equilibrio precario su cui la psiche umana si è dimenata come un trapezista sul filo sottile delle epoche fino a oggi dipanatesi. Le varie reti di sicurezza che l’umanità ha frapposto nel tempo, quali Religione, Scienza, Democrazia, sono ancora lì ma appaiono giorno dopo giorno sempre più lacerate, ben oltre la naturale consunzione che caratterizza l’assuefazione e la critica saltuaria ai concetti citati, merito del diabolico fuoco incrociato di verità e fake news. Beninteso, questi squarci appaiono a ciascuno nitidi in maniera diversa, a seconda di quale sia il nostro fornitore primario di reti (la Chiesa, il Laboratorio o l’Agorà); nondimeno ognuno di noi non deve far altro che guardare in basso per rendersi conto del loro attuale stato, intravedendo oltre l’abbacinante oscurità della fine.

In questo clima di anarchia informatica e di diffidenza informativa, la narrativa torna in soccorso ma, ahinoi, non più come una volta. Forse a causa della svalutazione che il concetto stesso di “fine” ha subito alla luce di idee rivoluzionarie che non sembrano più irraggiungibili come in passato (perfino la contingenza dell’immortalità!), parimenti la sua funzione si va smarrendo sempre più: senza fare nomi ognuno può facilmente richiamare alla mente storie letterarie e/o cinematografiche e/o televisive di tempi più o meno recenti riprese in mano più volte nel corso degli anni e ancora adesso, con l’intento di aggiungere nuovi capitoli laddove un ciclo narrativo si era svolto nella sua interezza con una più che dignitosa conclusione. Rimanendo nell’ambito della metafora del funambolo, se prima la narrativa poteva fungere anch’essa da rete di protezione, ora è divenuta una rete da pesca ove, una volta caduti, si rischia di restare imbrigliati e strangolati. Per carità, non sto dicendo che non vi siano casi in cui un approfondimento di una vicenda o un personaggio specifici possa e abbia effettivamente apportato un contributo inatteso e intrigante, ma questa assillante tendenza a rimandare l’inevitabile, sia essa il frutto di un’ingerenza economica piuttosto che creativa (distruttiva), ritengo si ripercuota nelle nuove generazioni, che sembrano totalmente ignare di alcuni aspetti chiavi della vita che li circonda, avvolti dal fin troppo rassicurante mantello della continuità. Non dico certo che l’idea della morte debba essere inculcata nella mente dei più giovani, ci mancherebbe altro, che vivano il più a lungo possibile nell’ignoranza della cosa. Ma questa modalità d’azione, che non fa che ripetersi in maniera quasi esasperante da più di un decennio, potrebbe finire per concretizzarsi in un’incapacità se non addirittura un rifiuto patologico dei futuri adulti di accettare alcune limitazioni imposte dalla condizione umana. E seppure la lotta per l’allargamento del possibile a fronte dell’impossibile rimanga indubbiamente vitale al progresso e all’evoluzione della specie, essa non ha alcun valore se non viene inquadrata nell’ottica dei valori più alti dell’uomo, primo fra tutti l’umiltà: se l’uomo e la donna non sono consci di essere intrinsecamente fallaci e che tutto quello che fanno avrà un termine, come potranno percepire e conferire alcun significato alle loro azioni e allo scopo della loro vita, qualsiasi siano le loro scelte? E ancora, come potranno reagire positivamente agli inevitabili inciampi e sgambetti prodigalmente offerti dalla vita stessa e ritrovare la forza di rialzarsi?

Il paradosso dell’interconnettività risiede nella solitudine che attanaglia la larga maggioranza della collettività nel suo intimo giornaliero. Questa forse è il motivo dell’esacerbazione del fenomeno psicosociale finora accennato: essendoci trovati da un giorno all’altro a poter avere contatti a distanza senza interazioni fisiche e relative percezioni (a cui ci siamo adattati non solo mentalmente ma anche fisiologicamente nel corso dei secoli), prive di mediazioni elettroniche, si è diventati per contrappunto più isolati, più liberi di poter pensare in solitudine e perciò più consci della propria mortalità. Perciò il meccanismo di coping iniziale riprende con maggior vigore, a vantaggio forse dell’economia ma a danno della persona, che se una volta ricercava i suoi simili per poter rinsaldare legami di reciproco beneficio ora si rifugia in social media, film e nella ripetitività lavorativa, schiava di un “Grande Fratello” orwelliano che non ha padrone, fatta eccezione per il volto che vediamo allo specchio.

In fondo le nostre illusioni, sia quelle storiche che le attuali, non sono altro che le due facce di una moneta truccata: da un lato la vita e dall’altro il riflesso della prossima vita, la non-morte che in fondo al cuore tutti auspichiamo.

Per risolvere l’aspetto sociale della questione, trovo che l’unica solida via d’uscita sia una effettiva riforma dell’istruzione e delle comunicazioni, cosa in discussione già da alcuni anni e in fase primordiale d’attuazione, ma ancora mal studiata e pericolosamente non regolamentata. Le annesse difficoltà psicologiche sono state a oggi materia sia di articoli settoriali che di riunioni aperte al pubblico con esperti delle discipline in esame, ma se si riuscisse ad affrontare tale ambito in maniera competente, sistematica e al contempo proficua per ogni fascia d’età e di cultura, sarebbe un conseguimento notevole per un periodo in cui la percezione dell’abbandono si abbatte in maniera sempre più schiacciante sul singolo.

Concludo queste riflessioni con una nota personale, benché non originale. Per quanto mi riguarda, credo che il concetto di fine non andrebbe temuto e rifuggito con tanta ostilità.
Ognuno di noi all’atto della morte, della conclusione inevitabile che accomuna il potente e l’invisibile, affronteremo con un personale grado di timore ciò che ci attende o non attende, speranzosi e titubanti ma comunque sempre ignari di cosa avverrà “dopo”. Possiamo quindi nel nostro piccolo confortarci con l’assioma che, quantunque separati, ci vede tutti uniti nell’affrontare l’ultimo viaggio, ricordando che se anche noi tutti finiremo altri avranno inizio. Sì, è il padre di tutti i cliché, ma resta valido.

E come disse qualcuno una volta: “L’unica cosa che mi atterrisce più della certezza della morte è la possibilità dell’eternità”.

Riccardo Gerotto

Riccardo Gerotto

Medico, scrittore a tempo perso, musicista imberbe, cantante per sordi e aspiranti tali, filatelico impigrito. Socio Mensa

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