La prima volta che li incontrai, uno per uno ma tutti insieme, era alla fine del secolo scorso.
Dissi al mio socio e amico “Mi hanno avvisato che sono pronti, vado a prenderli”. Salii sul tram e andai, e in una mattinata mi organizzai per portarli tutti via con me.
Erano tanti, tantissimi. Avevo idea di chi fossero, in linea di massima, ma non avevo ancora avuto l’occasione di interrogarli individualmente, sapere di ognuno dove vivesse, quale fosse la sua età, cosa fosse accaduto per essere finito lì con tutti quegli altri.
Non potevo inquadrare con precisione ciascuno di loro, ma sapevo che c’erano neonate e neonati, bambine e bambini, adolescenti, donne e uomini di ogni età, fino a qualche (rara) ultracentenaria: li approcciai freddamente, anche se li conoscevo sommariamente erano troppi, non avevo molto tempo.
Iniziai a studiare come sistemarli, seguendo qualche criterio che mi avevano consigliato le persone che me li avevano consegnati e trovando anche altre soluzioni presumibilmente più idonee per i miei scopi.
Trascorsi con loro molti giorni, incluse diverse notti e compreso qualche fine settimana, cercando di organizzarli al meglio. “Seguite le indicazioni”, ordinavo, e mettevo frecce e cartelli perché ognuno si dirigesse nel posto giusto. Si muovevano velocemente e si piazzavano dove richiesto, restando lì ad aspettare pazientemente che confermassi quei cartelli oppure che li cambiassi e dessi loro nuove istruzioni.
Era affascinante vederli spostare a ogni mio comando, talvolta in massa altre volte in gruppetti sparuti, ma alla fine lo scenario sembrò assumere un aspetto soddisfacente, anche se dovetti preoccuparmi di una non piccola schiera che trovava impossibile rispettare gli avvisi: non sapevano da dove provenissero o perché fossero lì o risultavano incoerenti nelle risposte che davano alle mie domande.
Finii per sistemarli, tuttavia, studiandoli uno ad uno fino a che capii che ero pronta per raccontarli. Ma mentre li osservavo, ragionando sulle parole più adatte per descrivere quell’infinito panorama sfocato, mi venne in mente lei, e mi resi conto che doveva essere lì, da qualche parte, in mezzo a quella folla sterminata.
Allora cercai un primo cartello e nella massa che si era diretta da quella parte guardai meglio i capannelli sotto agli altri cartelli e, alla fine, strizzando gli occhi le notai: tre novantenni, la stessa cadenza nella voce, lo stesso dolore negli occhi.
Erano lontane, non riuscivo a metterle a fuoco e dunque non potevo capire quale potesse essere delle tre, ma in fondo non aveva importanza: se la mia ricerca aveva un minimo di affidabilità, una di loro doveva avere un volto che ben conoscevo, occhi azzurri e capelli chiari, ricordi e affetti che condividevamo, e un nome che sapevo bene da sempre, quasi uguale al mio.
Fu sufficiente a darmi da pensare per un po’.
Sollevai lo sguardo, consapevole che quel pensiero che in quei giorni avevo ricacciato indietro tante volte non l’avrei più archiviato: ognuno aveva un nome, un volto, affetti e ricordi, cose ignote per me ma non per molti altri, per quelli che tra quei 556.325, e chi li aveva preceduti, non c’erano ancora.
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Roma, 1998: il tram era quello che andava ai Parioli, con una fermata vicino alla sede Istat di riferimento per il Servizio Sanità, dove prelevai i dati relativi a quei 556.325 decessi avvenuti in Italia nel 1994. Era la prima volta che avevo accesso a informazioni individuali (ancorché anonimizzate).
La selezione che l’Istat mi aveva messo a disposizione conteneva l’età in anni compiuti (ma non la data di nascita), il sesso, il territorio di residenza (a parte le grandi città per la gran parte dei casi sovracomunale), la causa di morte e poco altro.
Ma filtrando per queste variabili mi ero trovata a fissare tre record riguardanti altrettante donne tra le quali presumibilmente c’era la mia nonna materna, mancata alla fine del 1994, appunto, dalla quale avevo ereditato il nome e forse qualche tratto fisico (purtroppo non il colore degli occhi…).
Lavorai per qualche settimana su quella banca dati, cercando di dare un senso a quei numeri secondo un razionale che aveva affascinato me e quell’amico e socio: la quantificazione delle vite inutilmente spezzate troppo presto, un segmento dell’epidemiologia – e in particolare dell’analisi della mortalità – che in Italia aveva trovato fino ad allora scarsa applicazione.
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Sono trascorsi quasi trent’anni da quel primo appuntamento e da allora, come cultrice della materia, un inverno dopo l’altro acquisisco file sui decessi per causa di morte, li sistemo in una banca dati, procedo con controlli, codifiche ed elaborazioni e infine ne estraggo una lettura, quella sui casi che potrebbero essere ridotti con strategie preventive.
«Una morte è una tragedia, mille sono una statistica» osservava qualche cinico. Ma mille morti sono semplicemente mille tragedie. Per questo ogni volta mi impongo di guardare quei numeri asetticamente, di quantificare quel fenomeno con giusto un sentore di speranza di avere un risultato interpretabile in senso positivo rispetto al pregresso.
Ma di anno in anno sempre più spesso in qualche riga di quell’enorme catalogo so che si nasconde una fisionomia a me più che familiare: dentro lo schermo un banale bit che di qua dalla tastiera è un’assenza talvolta insopportabilmente tangibile.
Nonostante le mie numerose primavere continuo ad avere, nel tempo, sentimenti oscillanti e fra loro contrastanti con l’idea della morte. E forse è per obbligarmi a fare i conti, prima o poi, con quell’inesorabile evento che da quella prima esperienza ogni anno racconto, in uno dei tanti modi possibili, la Fine.










