In principio era la meta

È il senso della nostra vita trovare un senso? Oppure l’essere felici, indipendentemente dal modo in cui questa felicità viene acquisita? Come è meglio vivere per arrivare al termine senza rimpianti? Leopardi sembra non avere dubbi in merito: “Bisogna proporre un fine alla propria vita per vivere felici“. Seguendo questo ragionamento, la felicità è uno stato indiretto, estrinseco, che emerge nel momento in cui si hanno degli obiettivi e si opera per il loro raggiungimento. Non sarebbe dunque uno stato intrinseco all’uomo, bensì un effetto causato da ciò che è esterno a lui nel momento in cui interagisce con esso. Tuttavia, cercando la definizione di “felicità” nel dizionario, essa è descritta dallo stesso Leopardi con queste parole: “La somma felicità possibile dell’uomo è quando egli vive quietamente nel suo stato“. Pare una contraddizione, poiché ora dice che nel momento in cui l’uomo è completamente se stesso, è felice: essa sarebbe dunque lo stato naturale. In quest’ottica il tentativo di perseguire degli obiettivi allontanerebbe dalla felicità, dato che sarebbe a questo punto necessario attuare una forma di adattamento all’obiettivo individuato, e ciò causerebbe un’alterazione del nostro stato naturale. Dialetticamente parlando, Leopardi cade in quella che Aristotele chiamerebbe “confutazione sofistica”, sia nel caso in cui la tesi da confutare sia la prima così come la seconda, basta opporre all’una l’altra definizione da lui stesso individuata. Ma noi viviamo in un mondo basato sulla dualità, non a caso la ragione è l’entità considerata più alta: essa ha come presupposto fondamentale la divisione tra soggetto e oggetto, quindi, per quanto il tentativo intellettuale possa essere sperimentato, ci è impossibile vivere senza porre continui obiettivi. Qualunque azione svolta implica automaticamente un obiettivo (in realtà unicamente legato alla sopravvivenza): così ci svegliamo, vestiamo, nutriamo… Senza obiettivi saremmo tutti morti. Qualunque cosa può essere definita tale, l’etimologia di questo termine è infatti “obiectus – che riguarda l’oggetto” e basandosi la nostra realtà proprio sulla dicotomia soggetto-oggetto, diventa persino banale l’osservazione di Leopardi: è ovvio e inevitabile che bisogna agire in funzione degli obiettivi. La definizione che lui dà nel vocabolario (felicità come è stato naturale), contrapposta a questa, diventa quindi una sorta di metafisica della felicità, più simile a una dottrina filosofica buddista che alla realtà delle cose. Ammetto però che quest’analisi è più un labirinto dialettico che una visione realistica. Dialetticamente si può ridurre a “scontato” il ragionamento proposto da Leopardi, ma è altrettanto scontato che il senso era un altro: una distinzione tra chi agisce attivamente nel vivere e chi invece si lascia trasportare in maniera passiva, i cosiddetti ignavi. In quest’ottica si può essere d’accordo con lui, nonostante generalizzando la carriera si possa reputare un’invenzione negativa, nel singolo potrebbe in alcuni casi coincidere con la realizzazione del sé, considerata da C.G. Jung l’apice, la massima aspirazione possibile della vita umana. C’è inoltre da considerare un altro fattore, ovvero la visione antropocentrica che è causa del mondo attuale: ponendo l’uomo al centro di tutto egli ha progressivamente sviluppato una “logica del nemico“ (Galimberti), per cui animali, piante, la terra stessa, sono “nemici“, entità che l’uomo deve dominare per sopravvivere. Ma è proprio a causa di questo modo di porsi che siamo arrivati al punto in cui l’uomo è riuscito a provocare più danni al “suo” pianeta di quanti ne abbiano provocati tutte le catastrofi naturali. Oggi siamo in serio pericolo, continuiamo a sviluppare la tecnica in quest’ottica antropocentrica senza renderci conto che fra meno di cent’anni potremmo essere estinti, e solamente grazie a noi stessi. È necessario un cambiamento, è necessario passare dalla visione finora utilizzata ad un’altra: una visione biocentrica. L’intelligenza ci porta a cercare risposte ai nostri dubbi, ma quasi sempre questo rimuginio non avvicina alla felicità, ma allontana da essa. È vero che è solo grazie al dubbio se ci siamo sviluppati fino ad arrivare a dove siamo ora, ma qual è la cosa giusta?

Lo sviluppo estremo della società o il suo benessere? Ed è veramente l’uno la causa dell’altro? In fondo basta sedersi vicino a un bambino per stare meglio, basta muovere i muscoli mascellari per provocare quello che chiamiamo sorriso, e basta sorridere per far sì che il nostro corpo rilasci endorfine e ci faccia sentire bene. Qual è la cosa giusta? Corrugare la fronte e cercare di creare tecnologie sempre nuove oppure sorridere? Mettere tutti le stesse scarpe o camminare all’indietro coi pantaloni al posto della camicia ed essere considerato pazzo? Forse è l’unico modo per avvicinarsi davvero alla verità: rinnegare la logica, la razionalità, camminare all’indietro e sorridere al mondo, concretizzando quello che i poeti hanno avuto soltanto il coraggio di scrivere.

Swami Calzi

Swami Calzi

Sono, anzi mi chiamo, Swami Calzi. nasco una ventina d’anni fa, in un giorno che le cronache locali definiscono “non troppo assurdo e discretamente comune”. Da subito ho mostrato una certa ritrosia nei confronti del tempo lineare, motivo per cui l’età anagrafica (21 anni, dicono) mi aderisce addosso come una giacca di taglia sbagliata: troppo stretta mentre leggo libroni impolverati (probabilmente troppo complessi per me), troppo larga mentre gioco a scacchi contro me stesso (e perdo). Nel corso della mia infanzia ho sviluppato una certa diffidenza nei confronti della realtà apparente e proposta, scegliendo così di interrogare il senso delle cose invece che accettarle placidamente. Questa tendenza filosofica, inizialmente scambiata per distrazione cronica, si evolve con gli anni in una vocazione vera e propria: dopo una lunga fase di meditazione procrastinata (nota anche come "gap year esteso a casaccio"), ho deciso infine di iscrivermi a Filosofia presso l’università di Bologna il settembre passato. Nel frattempo leggo con trasporto e scrivo con un entusiasmo che sfiora il maniacale, senza mai scordarmi di perdere regolarmente a scacchi contro il proprio io peggiore, quello che muove i pedoni senza pensarci troppo. Quest' usanza deve però aver inaspettatamente funzionato, in quanto i tornei a cui ho partecipato si sono conclusi con grandi risultati. Da un anno sono entrato nel Mensa, misteriosa confraternita di cervelli rapidi e gusti discutibili in fatto di enigmistica, anche se continuo a sospettare che il test d’ingresso fosse uno scherzo particolarmente ben orchestrato da un gruppo di logici con troppo poco tempo libero. Non credo molto nel “presentarsi”: le identità mi sembrano maschere un po’ slabbrate, ma per il momento mi firmo ancora Swami Calzi. Buona lettura e buon tutto

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