Cala il sipario

Da Hollywood a Netflix. La lunga strada che finisce sul divano

Nellintroduzione del suo Dictionnaire Philosophique, Voltaire osservava che il popolo lavora tutta la settimana e il sabato va al cabaret per divertirsi”. Oggi, probabilmente, avrebbe scritto qualcosa del tipo: lavora tutta la settimana e ogni sera si piazza sul divano a fare binge-watching su Netflix mentre scrolla compulsivamente TikTok”. Cambiano i mezzi, ma la ricerca di una dose di intrattenimento che distragga dalle fatiche e miserie della vita rimane la stessa.

Dai riti sciamanici alle tragedie greche, dalle giullarate medievali allopera lirica, lintrattenimento era unattività collettiva, un momento condiviso da comunità intere. Col tempo, però, alcune di queste forme hanno subito una trasformazione: da espressioni popolari sono diventate oggetti di studio, riservate a pochi iniziati, e spesso inaccessibili al grande pubblico. Se oggi assistere a Le Eumenidi è considerato un passatempo snob, il cinema aveva ancora mantenuto, fino a poco tempo fa, la sua natura inclusiva. Ma ora sembra avviato verso un destino diverso e alternativo all’intrattenimento snob: da esperienza collettiva a consumo privato, da rito popolare a intrattenimento frammentato e sempre più autoreferenziale.

Nato in sordina – letteralmente senza suono, a Parigi nel 1891 – in pochi decenni il cinema invase il pianeta. Dalla propaganda sovietica allo sperimentalismo espressionista di Weimar, passando per i sogni a occhi aperti dellAmerica in Depressione, il cinema parlava a tutti: dalloperaio disoccupato al filosofo esistenzialista, dalla casalinga a malapena scolarizzata al futurista in vena di provocazioni.

Cera posto per tutti: drammi barocchi, tragedie spacca cuore, epopee nazionali, clown che scivolavano sulle bucce di banana, cowboy e banditi, gangster in doppio petto e perfino musical dove nessuno trovava strano che la gente cantasse sotto la pioggia. Insomma, un vero miracolo democratico.

C’era posto per tutti, ma adesso non c’è più.

Verso la fine degli anni ’50 si iniziò a pensare di ”nobilitare” il cinema. Intenzione lodevole e forse anche evoluzione inevitabile: perché non far diventare questo mezzo così popolare anche un veicolo di arte alta, di pensiero profondo, di introspezione? Arrivano quindi film come L’Anno Scorso a Marienbad (1961) e, improvvisamente, la trama e i nomi dei protagonisti diventano quasi optional. Da lì in avanti molti registi pensarono che raccontare una storia fosse troppo mainstream. Meglio scomporla, frantumarla, imbalsamarla. I dialoghi si fecero ermetici, le emozioni rarefatte, gli spettatori perplessi.

Negli anni ’60, complice la controcultura, l’acido lisergico e probabilmente altre sostanze più pesanti, il cinema divenne un laboratorio di esperimenti visivi e narrativi, a volte geniali, altre volte incomprensibili. Da Easy Rider a Blow Up, passando per i lavori del gruppo di Warhol, la produzione dell’epoca è controversa: venerata da auto-proclamate punte di diamante “che capiscono e apprezzano” ma spesso ignorata da chi vuole solo passare una serata rilassante. 

Eppure cerano ancora film per il popolo, per chi voleva solo seguire una storia dallinizio alla fine senza doversi chiedere se il protagonista esistesse davvero o fosse solo una proiezione del subconscio schizofrenico. E dato che ogni azione provoca una reazione, negli anni 70 ecco il contraccolpo al cinema d’autore: nasce il blockbuster. Unidea geniale, soprattutto per chi voleva incassare senza rischiare di raccontare qualcosa di nuovo. Star Wars aprì la strada, e da lì fu unesplosione di saghe, eroi in calzamaglia, esplosioni ogni sei minuti e dialoghi scritti, forse, con ChatGPT versione beta. Tutto urlato, iperattivo, garantito per far contenti investitori e adolescenti con deficit dattenzione.

Il blockbuster è nato per restare e riprodursi come un coniglio con saghe infinite, sequel, prequel, reboot, spin-off, multiversi e probabilmente anche qualche universo parallelo dove il cinema è ancora vivo. Il pubblico, inizialmente entusiasta, finì però col ritrovarsi prigioniero in una sala da cui non si esce mai: Transformers 5, Avengers: il ritorno del ritorno, Fast and Furious 48 – Stavolta andiamo in bicicletta.

Il modello è semplice: adrenalina, effetti speciali, due battute ironiche, e inseguimenti interminabili in macchina, a piedi e con ogni mezzo concepito dall’uomo, per evitare troppa riflessione. I personaggi diventano archetipi semplificati, la trama è sempre la stessa, con nemici diversi e lunica cosa davvero importante è mantenere vivo il brand. Larte può aspettare. O meglio: può restare a Cannes, dove si applaude per sette minuti a qualunque cosa purché sia sufficientemente incomprensibile. Lì, tra metafore criptiche, conigli antropomorfi che parlano di alienazione, prediche travestite da sceneggiature e tragedie surreali dove tutti parlano come se avessero preso un sonnifero, registi come Lanthimos vengono acclamati come profeti.

In questo panorama desolante, il terzo filone di punta per un pubblico sempre più affamato di forti emozioni” perché sempre più anestetizzato, è lhorror 2.0, quello senza suspense, con tanto sangue e zero idee, e la certezza che, prima o poi, tutti moriranno tranne il personaggio più insopportabile.

Ma attenzione, stava arrivando il colpo di grazia.

Con il nuovo millennio, il cinema ha deciso di concentrarsi sul messaggio. Bisogna spiegare chi è il buono, chi è il cattivo, cosa bisogna pensare e come sentirsi, instillando sensi di colpa per i peccati delle generazioni che ci hanno preceduto. Anche chi è a favore dellinclusione, può trovare pesante vedere quasi ogni sceneggiatura trasformata in una tesi di sociologia della virtù, il virtue signaling che sta affossando il cinema. Troppi film più che raccontare storie, sembrano gare di correttezza morale in cui – spoiler – i buoni sono sempre etnicamente corretti e i cattivi sempre boomer del patriarcato bianco.

Il pubblico – ricordiamolo – voleva solo divertirsi, e in molti non hanno apprezzato questa serie infinita di film che devono procedere nel modo giusto. Dove la diversità è coreografata come in uno spot pubblicitario e il conflitto narrativo si risolve con la fustigazione morale.

Il cinema si trasforma in catechismo progressista, il pubblico – persino quello più sensibile e ben disposto – comincia a sbadigliare. Non perché l’inclusione sia sbagliata, ma perché nessuno va al cinema per sentirsi in colpa con Dolby Surround.

A questa atmosfera di mancanza di idee e moralismo revisionista si sono aggiunti in ordine sparso il Covid, le piattaforme streaming, gli schermi televisivi sempre più grandi, il pubblico in sala sempre più rumoroso e incivile col telefonino sempre accesso e le sale cinematografiche si sono svuotate. Non gradualmente, ma con leleganza di un crollo strutturale. Negli Stati Uniti, i dati parlano chiaro: – 46% di biglietti venduti dal 2004 al 2024. Altrove va poco meglio. Se il cinema fosse un paziente, il medico chiamerebbe già i parenti per l’ultimo saluto.

Ora si vive di streaming, dove film e serie si confondono, i generi si mescolano in un grande minestrone tiepido, e la qualità è quella di un compito fatto allultimo minuto con laiuto dellIA. Si producono ore di contenuti a getto continuo, la metà dei quali dimenticati già durante i titoli di coda.

Così, mentre Hollywood continua a sparare sequels, prequels e reboot allinfinito (perché “è quello che il pubblico vuole”), il cinema sta diventando uno spettacolo individuale. Ogni spettatore è una isola felice, cullata dal suo divano, con la possibilità di guardare un film scrollando i social. E se un film non ti piace? Nessun problema, basta passare a un altro – tutto senza nemmeno alzarsi, e sapendo che nessun dito accusatore si punterà contro di te se non ti interessa vedere l’ennesimo sermone traboccante risentimento.

Sebbene il cinema non sia esattamente defunto, sembra che abbia raggiunto un picco di coma profondo. Ogni tanto sembra risvegliarsi, ma si ritrova subito accucciato e assonnato, cullato dall’ennesimo sequel in arrivo. E mentre gli studios continuano a produrre film sperando di azzeccarne almeno uno, il futuro dellintrattenimento popolare appare sempre più piegato verso lindividuo, intento a guardare il suo telefonino con occhi vacui.


Immagine di Gerd Altmann da Pixabay
Daniela R. Giusti

Daniela R. Giusti

Traduttrice poliglotta, marchande de prose, fotografa commerciale, webmaster di terza classe ma pet sitter di prima. Socia Mensa.

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