La fine dell’identità

Il risveglio arriva come un’esplosione di bianco. Luce accecante, lenzuola immacolate, soffitto candido. Non so dove mi trovo. Peggio ancora, non so chi sono.
Mi siedo sul bordo del letto e cerco di calmare il respiro accelerato. La stanza d’albergo è di livello medio, anonima (credo) come migliaia di altre. Sul comodino, un bicchiere d’acqua, un cellulare e una busta. La apro con dita tremanti.
All’interno trovo un passaporto italiano. La foto è la mia – o quanto meno somiglia al volto che intravedo nello specchio del bagno – ma il nome stampato è Marco Valli. Non significa nulla per me. Non risveglia alcun ricordo.
Sotto il passaporto c’è un foglietto piegato in quattro. Lo apro e riconosco la calligrafia. Accade istintivamente, so che è la mia, benché non ricordi di averlo scritto.
“Questa è la fine. Non cercare di ricordare. Prendi il treno delle 14:32 per Milano. Nella cassetta di sicurezza 721 della stazione centrale troverai tutto ciò che ti serve per ricominciare. La
chiave è nel portafoglio. È meglio così. – M.”
Il biglietto mi lascia con più domande che risposte. Controllo il cellulare: è nuovo, con solo due contatti salvati. D e Clinica Aurora. Nessuna foto, nessun messaggio, nessuna cronologia. Pare esser stato configurato da poco tempo.
Trovo il portafoglio nel cassetto. Contiene duemila euro in contanti, una carta di credito intestata a Marco Valli e una piccola chiave con il numero 721 inciso sopra.
La tentazione di chiamare uno dei due numeri in rubrica è forte, ma qualcosa mi trattiene.
Dev’esserci una ragione se mi sono lasciato istruzioni, e il tono del messaggio suona urgente. Sono perfino riuscito a essere minaccioso con me stesso. Non cercare di ricordare. Perché? Cosa può esserci di così terribile nel mio passato da volerlo cancellare del tutto?
L’orologio sul comodino segna le 11:17. Ho più di tre ore prima del treno. È abbastanza tempo per cercare qualche indizio.
Nel bagno trovo un flacone di pillole senza etichetta. Sono piccole e bianche. Ne prendo una e la esamino. Nessun logo o codice identificativo. La rimetto a posto. Mi vesto con gli abiti che trovo nell’armadio – tutti nuovi, perfino con i cartellini intoccati – e decido di scendere nella hall. Il receptionist mi saluta con un sorriso professionale.
– Buongiorno, signor Valli. Come sta oggi?
– Bene, grazie – rispondo automaticamente. – Mi chiedevo… qual è il giorno esatto in cui sono arrivato qui?
Il suo sorriso non vacilla, ma un’ombra interrogativa stranisce il suo sguardo. – È arrivato ieri sera, signore. Check-in alle 22:15. Ricorda?
– E… ero solo?
Un’ombra di confusione passa sul suo volto. – Sì, signore. Completamente solo. Sta bene?
– Certo – mi invento io. – È che forse ho bevuto troppo ieri sera…
Mentre mi allontano dalla reception, noto una donna dall’altra parte della hall che mi osserva. Sui quarant’anni, capelli castani raccolti in uno chignon severo, un tailleur grigio. Quando incrocio il suo sguardo, abbassa gli occhi sul giornale che tiene in mano. Ma sono certo che mi stava guardando.
Esco dall’hotel ed entro in un caffè dall’altra parte della strada. Mentre sorseggio un espresso, googlo Clinica Aurora sul telefono. I risultati mostrano una struttura specializzata in “neuroplasticità e terapie innovative della memoria”. Si trova a circa venti chilometri da qui.
Il nome non evoca niente dalla memoria, ma sento un brivido percorrermi la schiena, come se il fantasma di un ricordo mi avesse attraversato.
Sto per alzarmi quando la donna in tailleur grigio entra nel caffè e si siede al mio tavolo senza nemmeno chiedere permesso.

– Non fare nulla di stupido, Marco – dice a bassa voce. – Sei sotto osservazione.
– Chi sei?
– Il mio nome è Diana. Il contatto D sul tuo telefono. –
Le scappa un sorriso, ma la sua voce è tesa e calma insieme.
– Non abbiamo molto tempo. Dovevi prendere il treno e basta, non metterti a curiosare.
– Tu sai chi sono? – chiedo, cercando di mantenere la calma.
– Lavoravamo insieme alla Clinica Aurora. Ci conosciamo da tre anni.
– Cosa mi è successo? Perché non ricordo nulla?
Diana si guarda intorno nervosamente. – Era la tua scelta. Ti sei sottoposto volontariamente alla procedura.
– Quale procedura? Di che cazzo stai parlando?
– Calmati, Marco. Sapevamo che avresti potuto avere questa reazione… Rimozione selettiva della memoria. È una tecnica sperimentale che abbiamo sviluppato per pazienti con PTSD grave.
Tu eri il principale ricercatore del progetto.
Una sensazione di freddo mi invade. – Ho cancellato i miei ricordi? Perché?
– C’è stato un… incidente – mi spiega sottovoce. Poi si guarda attorno e continua. – Un paziente è morto durante il trattamento. Il Direttore ha insabbiato tutto, ma tu volevi andare alla polizia.
Si interrompe, guardandosi alle spalle, e io guardo con lei. Poi riprende.
– Ti ha fatto un’offerta: se ti fossi sottoposto alla procedura e avessi dimenticato tutto, ti avrebbe lasciato andare con sufficiente denaro per ricominciare altrove.
– Ho accettato di cancellare la mia memoria… per denaro?
Ma che senso ha? Non suona come qualcosa che avrei mai deciso di fare.
– No – dice Diana con voce più bassa. – Hai accettato perché ti ha minacciato. E perché avevi un piano.
– Che piano?
– Non posso dirti tutto ora. Nella cassetta di sicurezza c’è una chiavetta USB con prove sufficienti per far chiudere la clinica. Sono copie dei file che hai raccolto prima della procedura.
Devi portarla alla persona il cui indirizzo troverai insieme alla chiavetta.
– Ma perché non l’hai fatto tu? Cos’è… mi sono fatto cancellare la memoria per poi giocare allo spionaggio?
– Io sono ancora sotto controllo. Il direttore sospetta di me. Ma tu… tu sei ufficialmente curato.
La tua mente è stata ripulita. Non sei più una minaccia. Per lo meno fino a quando non recuperi quelle prove.
Un uomo in completo scuro entra nel caffè e Diana si irrigidisce di colpo.
– È uno di loro – sussurra. – Ascolta, prendi il treno come previsto. Non tornare alla clinica. Non fidarti di nessuno che dica di conoscerti.
Si alza bruscamente, lasciando un biglietto da visita sul tavolo. – Se le cose si mettono male, chiamami – mi dice mentre si alza. Si dirige verso il bagno, mentre l’uomo in completo scuro si siede al bancone, ordinando un caffè senza togliermi gli occhi di dosso. Mi sembra di essere in uno di quei film americani degli anni Ottanta.
Prendo il biglietto da visita e lo intasco, lascio il corrispettivo per il conto sul tavolo ed esco dal caffè, ma mi sento lo sguardo dell’uomo sulla schiena. Io, però, non mi volto.
Raggiungo la stazione con largo anticipo e mi siedo su una panchina, osservando le persone
che vanno e vengono. Mi chiedo quanti di loro stiano fuggendo come me, quanti stiano cercando di lasciarsi alle spalle una vita che non vogliono più. Solo io, mi dico, ma è una congettura, lo so bene.
Non cercare di ricordare.
Ma i ricordi stanno già tentando di riaffiorare. Emerge qualche frammento confuso: un laboratorio, schermi di computer, una stanza con pareti imbottite, un volto terrorizzato. Un allarme
che suona.

Mi chiedo se sia solo la mia immaginazione, che crea ricordi fasulli per riempire un vuoto che mi angoscia o se in realtà quella cura che Diana mi ha detto di aver fatto non funzioni proprio del
tutto, come si crede.
Una fitta di dolore alla testa mi fa sussultare. Le immagini svaniscono rapidamente. Frugo in tasca e trovo il flacone di pillole che avevo notato in hotel. Sono tentato di prenderne una, ma
qualcosa mi dice che servono proprio a tenere a bada i ricordi.
Decido di non farlo.
Nel bagno della stazione metto la testa sotto l’acqua fredda e, mentre mi asciugo, tocco qualcosa dietro la nuca. Sembra un cerotto, tento di osservarla allo specchio, senza riuscirci.
Comunque sì, è un piccolo cerotto. Lo stacco lentamente, e sul tamponino di garza, al centro, un minuscolo punto rossastro, come quello lasciato da un’iniezione.
Il mio telefono vibra. Un messaggio dal contatto Clinica Aurora.
“Il paziente MV28 mostra segni di rigetto della procedura. Possibili flashback in corso. Localizzato presso la stazione centrale. Intervento immediato richiesto.”
Non era destinato a me. Qualcuno ha commesso un errore, come capita quando si nutre risentimento per qualcuno e ci si vuole sfogare con un proprio conoscente, ma si manda il messaggio proprio alla persona detestata. Ora so che mi stanno cercando e che sanno dove sono.
Mi affretto nel trovare la cassetta di sicurezza e la apro con la chiave, senza meravigliarmi più di tanto che tutto combaci. All’interno ci sono una busta grande, gialla, una chiavetta USB e un telefono cellulare diverso da quello che ho in tasca. Prendo tutto e mi dirigo rapidamente verso i binari. Il treno per Milano sta già caricando i passeggeri. Mentre salgo, vedo due uomini in
completo scuro che corrono lungo la banchina, seguiti dalla donna in tailleur grigio. Diana.
Mi precipito all’interno del vagone mentre le porte si chiudono. Gli uomini raggiungono il treno troppo tardi, ma Diana salta a bordo all’ultimo secondo. Mi muovo rapidamente attraverso i vagoni, cercando un posto isolato. Trovo un compartimento vuoto e mi ci chiudo dentro. Mi guardo attorno e poi, con mani tremanti, apro la busta.
Contiene documenti, foto, referti medici. Una nuova identità: Andrea Monti. Un biglietto aereo per Barcellona.
Non sono mai stato in quella città.
Come faccio a saperlo? Ci sono anche un contratto d’affitto per un appartamento e una lettera, scritta con la mia calligrafia.

Se stai leggendo questo, la procedura è stata eseguita con successo. Non ricordi chi eri e forse è meglio così. Fidati! L’uomo che eri – che sono adesso, mentre ti scrivo chiedendoti di credermi – ha fatto cose terribili in nome della scienza. Cose che nessun essere umano dovrebbe fare a nessun altro! O per lo meno, così vogliono farti credere.

Mi chiedo cosa significhi. Ho fatto cose terribili oppure no?

La morte dei pazienti non è stata un incidente. Tu eri il ventottesimo tentativo di perfezionare la procedura. Gli altri ventisette sono tutti morti o hanno subito danni cerebrali permanenti. Il Direttore sa che non funziona, ma continua comunque per via delle commesse militari.
Ho (hai…) accettato la procedura non per fuggire, ma per diventare la prova vivente.
Sono il paziente MV28. Marco Valli, esperimento 28. Hanno usato su di me la stessa procedura che ha ucciso gli altri. Ma prima che potessero farlo, sono riuscito a modificare il protocollo, e se stai leggendo, ha funzionato. Ho ingannato il Direttore. Ho progettato
un rigetto progressivo che inizierà 24 ore dopo la procedura. Inizierai a ricordare, lentamente. Sarà doloroso, ma necessario.

Sono ricordi reali, perciò. Continuo a leggere.

Le prove sulla chiavetta USB sono incomplete. La vera prova sei tu. Il tuo cervello contiene la mappa degli interventi. L’ho codificata con l’aiuto di un altro scienziato, un ‘collega’, nelle sequenze neurali che torneranno gradualmente. È per questo che devi sopravvivere.
Nella cassetta c’è anche un telefono.

Lo guardo.

Usalo per contattare l’indirizzo sulla chiavetta. Forse non ricordi ancora, ma ti aiuterà a completare ciò che ho iniziato.
Questa è la fine di Marco Valli, lo scienziato senza scrupoli. Ma può essere l’inizio di qualcos’altro, che forse sarà migliore. Voglio crederci.
Se non tutti i ricordi meritano di essere salvati, di certo la verità sì!

Sento dei passi avvicinarsi nel corridoio. La porta del compartimento si apre e Diana entra, chiudendosela alle spalle.
– Mi dispiace – dice, puntandomi contro una siringa. – Era tutto una bugia. Non c’è stato nessun incidente. La procedura funziona perfettamente. Sei tu che non funzionavi più come previsto.
– Lo sapevi – dico, comprendendo finalmente. – Sapevi che ero io il paziente numero ventotto.
– Il Direttore ha sempre avuto un senso dell’ironia contorto – risponde con un sorriso freddo. – Far sperimentare al creatore la sua stessa creazione. Ovviamente non sei tu il creatore di questa
cosa… ma trova che sia un ottimo escamotage per liberarsi della responsabilità.
Mentre si avvicina con la siringa, sento un dolore lancinante esplodermi nella testa. Un torrente
di immagini: io in camice da laboratorio, Diana al mio fianco, pazienti legati a lettini, un dispositivo collegato alle loro teste.
E poi, la rivelazione: non ero uno scienziato senza scrupoli. Ero un infiltrato. Un giornalista investigativo che aveva scoperto gli esperimenti e si era fatto assumere con documenti falsi. Mi
sono scritto la lettera nel caso fossi dovuto sfuggire in tutta fretta.
La mia vera identità ritorna come un’onda di marea.
– Non mi chiamo Marco Valli – dico con voce ferma mentre il dolore si intensifica. – Il mio nome è Lorenzo Marini. Sono un giornalista. E tu lo sai.
Il volto di Diana si contrae in un’espressione di sorpresa.
– Impossibile. Il rigetto non dovrebbe essere così veloce.
– Non è rigetto – rispondo, afferrando il telefono dalla busta. – È la verità che riemerge. E dimmi… Non è vero che gli altri sono morti per l’esperimento, non è così? Li avete portati altrove…
– Bravo Lorenzo Marini: ma dove sono, non li troverai mai.
Guardo la siringa che ha in mano.
Prima che possa reagire, faccio partire una registrazione. La sua voce riempie il compartimento:
“Il Direttore vuole che gli esperimenti continuino. I militari sono disposti a pagare miliardi per soldati che possano essere riprogrammati. Lorenzo è troppo pericoloso. Sa troppe cose. Dobbiamo eliminare ogni traccia. Il metodo chimico che abbiamo usato per gli altri è il più adatto. Deve diventare un nulla!”
Diana si blocca, la siringa ancora a mezz’aria.
– Questa è la fine – dico. – La fine dell’esperimento. La fine della tua carriera. Ma non la fine della mia identità.
Il treno entra in galleria e le luci nel compartimento tremolano. Quando torna la luce, dopo un breve momento di terrore, ho in mano il cellulare con il dito sul pulsante di invio.

– Tutto quello che hai detto qui dentro è stato trasmesso insieme alla registrazione al mio giornale e alla polizia – mento, sperando che non noti che il telefono non è nemmeno acceso. – È finita davvero.
Diana lascia cadere la siringa. I suoi occhi si riempiono di una rabbia fredda, calcolatrice.
Incredibile come nei momenti di stress, la gente commetta sciocchezze enormi.
– Non capisci – dice lentamente. – Non esiste una via d’uscita. La procedura è irreversibile. I ricordi che stai avendo sono solo fantasie, confabulazioni create dal tuo cervello per riempire i
vuoti.
– O forse – rispondo mentre un’altra ondata di ricordi mi investe, – forse è la vostra procedura che non funziona come pensate.
Il treno rallenta entrando in una stazione intermedia. Diana guarda fuori dal finestrino, poi di nuovo me. – Supponiamo che tu sia davvero chi credi di essere – dice con voce improvvisamente
stanca. – Cosa farai? Chi ti crederà? Un giornalista che sostiene di essere stato sottoposto a una fantascientifica cancellazione della memoria?
Forse ha ragione, il mondo è strano e spesso non crede alla verità. Ma non posso lasciarglielo vedere. – Le prove parleranno per me.
– Quali prove? La chiavetta USB contiene solo file criptati che si autodistruggeranno al primo tentativo di accesso non autorizzato.
Guardo incredulo la chiavetta. Le porte del treno si aprono. Diana si alza.
– Questa è la fine, Lorenzo. Non della tua identità, ma della tua credibilità.
Si ferma sulla porta.
– Ti darò un consiglio: prendi quelle pillole. Vivrai più felice come Marco Valli che come Lorenzo Marini, che ha una storia cui nessuno crederà mai.
Esce, perdendosi tra la folla dei pendolari.
Rimango seduto mentre il treno riparte, guardando i documenti sparsi intorno a me. Marco Valli. Lorenzo Marini. Chi sono veramente?
Prendo il flacone di pillole e lo apro, versandone una sul palmo della mano. Sarebbe così facile.
Potrei essere Marco Valli, iniziare una nuova vita, lasciare che questa storia finisca qui.
Ma poi guardo il biglietto che avevo trovato nella stanza d’albergo.
“Questa è la fine. Non cercare di ricordare.”
Lo rigiro. Sul retro, quasi invisibile, c’è un messaggio scritto con inchiostro simpatico, che il calore della mia mano sta facendo riapparire gradualmente:
“Non credere a niente. Ricorda chi sei, Lorenzo.”
Getto la pillola dal finestrino e accendo il secondo telefono. Ha un solo contatto salvato: Verità.
Premendo il tasto di chiamata, mi preparo ad affrontare ciò che verrà. La fine di una vita, forse l’inizio di un’altra? Spero la fine dell’oblio e l’inizio di una memoria certa.
Mi risponde una voce che conosco.
– Giulio?
– Finalmente, Lorenzo.

Fabrizio Valenza

Fabrizio Valenza

Scrittore di narrativa fantastica, insegnante di scrittura creativa, filosofo nell'ambito della conoscenza mistica. E ovviamente Socio Mensa

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