
Famoso per i suoi testi sofisticati e malinconici, Leonard Cohen ci regala in Closing Time una riflessione stratificata sulla fine, che si snoda per gradi crescenti di angoscia esistenziale.
Si comincia dalla fine più ovvia: la chiusura di un bar dove è in corso una festa vivace. Gli invitati sono brilli, inclini al flirt, ma il locale sta per chiudere e, sulla via del ritorno, toccherà fare i conti con la coscienza – o con il partner legittimo – per una leggerezza alcolica che sembrava così innocente.
And it’s partner found, it’s partner lost / And it’s hell to pay when the fiddler stops
Nel contesto della festa che sfuma, emerge un tema più profondo: la fine di una relazione nata solo perché lei era bella. Ma ora, ahimè, è invecchiata. Cohen, con il suo consueto cinismo affettuoso, osserva che innamorarsi della bellezza è umano, quasi inevitabile. Peccato che il tempo non sia altrettanto romantico.
I loved you for your beauty / But that doesn’t make a fool of me… now, there’s nothing left / But sorrow and a sense of overtime
Il terzo livello – quello davvero esistenziale – arriva come una lama affilata: il narratore ha una certa età, e invece di trovare sollievo nella chiusura dell’ennesima storia, percepisce solo l’avvicinarsi della morte.
Looks like freedom, but it feels like death / It’s something in between, I guess / It’s closing time
Cohen non era noto per la sua spensieratezza, ma possedeva un humour secco e intelligente. Closing Time è una canzone densa, amara, elegante, e filosoficamente potente – molto più di una semplice “canzonetta”. È una festa che finisce, una storia che sfiorisce, una vita agli ultimi capitoli. Il tutto scandito da un ritmo scanzonato.
La Fine – Arte

Considerato il quadro più celebre di Edward Hopper, Nighthawks ritrae una scena notturna in un bar: quattro figure – il barista biondo, una coppia e un uomo solo, di spalle – immersi in una luce artificiale che taglia il buio della strada.
Come ogni capolavoro che si rispetti, offre interpretazioni diverse a seconda dello stato d’animo di chi guarda. La più semplice? È la fine di una serata qualunque, di cui non sappiamo nulla.
La composizione guida l’occhio verso la zona più luminosa, a destra, dove siede una donna in rosso accanto a un uomo dal profilo marcato, da cui – forse – il titolo del dipinto. Il barista sembra intrattenersi con loro in modo rilassato, anche se alcuni ci leggono una tensione latente, un senso di pericolo non previsto dall’autore. Se osservate bene, i personaggi accennano lievi sorrisi.
Altri ci vedono la solitudine urbana per eccellenza. Ma anche questa lettura è più dello spettatore che di Hopper, il quale dichiarò di aver semplicemente dipinto quattro persone in un bar immaginario, a fine serata.Eppure quell’atmosfera sospesa, quel silenzio, ha qualcosa di profondamente cinematografico. Come un fermo immagine di un noir mai girato, Nighthawks cattura il momento in cui la notte è quasi finita e non succede più niente. Il tempo si ritira, i personaggi restano. In attesa di un epilogo che forse non arriverà.










