La Fine – Rock & Pop

Closing Time (1992 – Leonard Cohen)

Famoso per i suoi testi sofisticati e malinconici, Leonard Cohen ci regala in Closing Time una riflessione stratificata sulla fine, che si snoda per gradi crescenti di angoscia esistenziale.

Si comincia dalla fine più ovvia: la chiusura di un bar dove è in corso una festa vivace. Gli invitati sono brilli, inclini al flirt, ma il locale sta per chiudere e, sulla via del ritorno, toccherà fare i conti con la coscienza – o con il partner legittimo – per una leggerezza alcolica che sembrava così innocente.

And it’s partner found, it’s partner lost / And it’s hell to pay when the fiddler stops

Nel contesto della festa che sfuma, emerge un tema più profondo: la fine di una relazione nata solo perché lei era bella. Ma ora, ahimè, è invecchiata. Cohen, con il suo consueto cinismo affettuoso, osserva che innamorarsi della bellezza è umano, quasi inevitabile. Peccato che il tempo non sia altrettanto romantico.

I loved you for your beauty / But that doesn’t make a fool of me… now, there’s nothing left / But sorrow and a sense of overtime

Il terzo livello – quello davvero esistenziale – arriva come una lama affilata: il narratore ha una certa età, e invece di trovare sollievo nella chiusura dell’ennesima storia, percepisce solo l’avvicinarsi della morte.

Looks like freedom, but it feels like death / It’s something in between, I guess / It’s closing time

Cohen non era noto per la sua spensieratezza, ma possedeva un humour secco e intelligente. Closing Time è una canzone densa, amara, elegante, e filosoficamente potente – molto più di una semplice “canzonetta”. È una festa che finisce, una storia che sfiorisce, una vita agli ultimi capitoli. Il tutto scandito da un ritmo scanzonato.

La Fine – Arte

Nighthawks (1942 – Edward Hopper)

Considerato il quadro più celebre di Edward Hopper, Nighthawks ritrae una scena notturna in un bar: quattro figure – il barista biondo, una coppia e un uomo solo, di spalle – immersi in una luce artificiale che taglia il buio della strada.

Come ogni capolavoro che si rispetti, offre interpretazioni diverse a seconda dello stato d’animo di chi guarda. La più semplice? È la fine di una serata qualunque, di cui non sappiamo nulla.

La composizione guida l’occhio verso la zona più luminosa, a destra, dove siede una donna in rosso accanto a un uomo dal profilo marcato, da cui – forse – il titolo del dipinto. Il barista sembra intrattenersi con loro in modo rilassato, anche se alcuni ci leggono una tensione latente, un senso di pericolo non previsto dall’autore. Se osservate bene, i personaggi accennano lievi sorrisi.

Altri ci vedono la solitudine urbana per eccellenza. Ma anche questa lettura è più dello spettatore che di Hopper, il quale dichiarò di aver semplicemente dipinto quattro persone in un bar immaginario, a fine serata.Eppure quell’atmosfera sospesa, quel silenzio, ha qualcosa di profondamente cinematografico. Come un fermo immagine di un noir mai girato, Nighthawks cattura il momento in cui la notte è quasi finita e non succede più niente. Il tempo si ritira, i personaggi restano. In attesa di un epilogo che forse non arriverà.

Daniela R. Giusti

Daniela R. Giusti

Traduttrice poliglotta, marchande de prose, fotografa commerciale, webmaster di terza classe ma pet sitter di prima. Socia Mensa.

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