La morte non è la fine

Il problema culturale del termine della vita umana e cosmica nell’Antico Egitto

Uno dei fenomeni più critici che ha interessato il genere umano fin dal Pleistocene è senza dubbio la morte, dato che si tratta di un evento inspiegabile e doloroso, una sottrazione di un essere vivente all’esistenza, una fine e un dramma che vanno ben oltre le possibilità umane di comprensione e di controllo. Proprio per questo motivo è stata un “catalizzatore di cultura”, ovvero un obiettivo privilegiato delle spinte propulsive che hanno stimolato la mente umana ad elaborare miti, simbologie e azioni rituali per trasformare e domesticare anche un evento così evanescente e di rottura, rendendolo un momento di passaggio all’interno di un mondo culturalmente ordinato. 

Nell’Antico Egitto, ad esempio, la morte intesa come aspetto distruttivo della natura è stata culturalmente equilibrata, risignificata e arginata, facendo leva sull’aspetto conservativo di quest’ultima, legato alla vita, alla preservazione, al mutamento, alla rinascita e alla ciclicità. Da un lato il decesso è stato intrecciato ai concetti di caos e immobilità ed è stato vissuto in modo pessimistico, come un nemico o un ladro (in virtù della sottrazione dell’individuo alla sua condizione di vivente), o più in generale come la fine di qualcosa (ne sono una testimonianza le riflessioni presenti in componimenti come il Canto dell’Arpista). Dall’altro lato è stato vissuto anche come un mistero, un passaggio iniziatico, un accesso e un viaggio in una realtà “altra”, un nuovo inizio e una trasmutazione, raggiungibile grazie al potere della conoscenza e degli strumenti culturali del rito, del mito e del simbolo, le cui tracce e testimonianze sono giunte fino a noi anche attraverso i complessi funerari.  

Allineamenti simbolici legati ai concetti di eternità o ciclicità, accorgimenti per la preservazione del corpo e oggetti di corredo, aventi lo scopo di accompagnare, proteggere o, più in generale, coadiuvare il defunto dopo il trapasso, sono delle costanti riscontrabili, con sviluppi eterogenei, fin dagli albori dell’antica civiltà nilotica. L’esigenza atavica di gettare le reti della domesticazione culturale anche su ciò che sfugge al controllo e alla conoscenza sensibile umana, ovvero ciò che potrebbe esserci dopo la morte, ha inoltre spinto gli antichi egizi ad elaborare una loro visione di Oltretomba, che è progressivamente passato dall’essere una dimensione stellare ad essere una dimensione ctonia, maggiormente connessa alla ciclicità solare, oltre ad essere stato concepito anche come un luogo misurabile con una sua struttura ben definita, descritto topograficamente e inserito all’interno del cosmo, fondato sull’ordine, l’equilibrio e la legge, personificati dalla dea Maat. 

Poiché l’ordine cosmico e culturale era retto dal potere regale, incarnato dalla figura del re, e la stabilità del potere era intrecciata alla forza vitale di quest’ultimo, quindi alla sua salute e alla sua capacità di garantire la continuità dinastica, era di fondamentale importanza bypassare culturalmente il problema del deperimento, in forma di vecchiaia o morte (ad esempio attraverso specifici rituali, di tipo comunitario, come la festa Sed, o funerario). Era altresì fondamentale legittimare il ruolo del re, rendendo manifesto il suo legame con la sfera divina e intrecciando la regalità terrena con quella degli déi, trasformando di fatto il re in un ponte e in un rappresentante di quest’ultimi sulla terra, ovvero un Horus vivente, che ne condivide la natura e il destino. Questa operazione era possibile anche grazie ad una narrazione mitica funzionale a rafforzare sul piano simbolico il ruolo del faraone: si pensi, ad esempio, al mito dinastico della morte di Osiride e della lotta tra Horus e Seth, che sancisce a livello mitico il superamento dell’ostacolo della morte, l’affermazione della successione dinastica e il consolidamento della regalità tra i vivi (Horus) e tra i morti (Osiride). 

La difesa del prestigio e la garanzia dell’incorruttibilità della regalità veniva attuata anche sfruttando il potere delle raffigurazioni su edifici appartenenti alla sfera politica, religiosa e funeraria. Il tempio, pertanto, non era solo un luogo di culto, ma un luogo di celebrazione dello stesso re e del potere che incarnava, mentre la tomba non era solo un luogo di sepoltura, ma anche uno spazio funzionale alla preservazione e alla sopravvivenza del re defunto: uno scrigno all’interno del quale era custodita la conoscenza cosmologica e magica per poter accedere all’aldilà, superare gli ostacoli che lo caratterizzavano (es.: la psicostasia, il giudizio del tribunale dei morti) e rinascere. 

All’interno delle piramidi del III millennio a.C., in particolare dalla V dinastia con la piramide di Unas, iniziarono a comparire i testi – detti appunto Testi delle Piramidi – con le formule necessarie per coadiuvare questo viaggio e il processo di trasformazione del defunto in un Osiride. Nelle tombe ipogee del II millennio a.C., tempo e spazio erano strettamente interconnessi tra di loro, tanto che gli ambienti funerari potevano rappresentare simbolicamente l’Oltretomba (la Duat) o l’intero cosmo, riportando il percorso notturno del Sole o le ore, cioè i suoi aspetti specifici (es.: la tomba della XVIII dinastia di Tuthmosis III nella Valle dei Re), oppure il suo percorso diurno e notturno (es.: la tomba della XX dinastia di Ramses IV). Lo stesso orientamento astronomico della struttura, come avveniva per le tombe piramidali, aveva un significato simbolico, finalizzato a rafforzare la concezione del viaggio e del destino del defunto dopo la morte.

La conoscenza custodita nelle tombe del II millennio è ben rappresentata dalle raffigurazioni di natura cosmologica e mitica, in particolare dai “Libri dell’Oltretomba” del Nuovo Regno, trascritti su materiale deperibile tipo il papiro, come il Libro dei Morti, o dipinti sulle pareti, come ad esempio il Libro delle Porte, il Libro delle Caverne, l’Amduat, il Libro della Terra, o i Libri del Giorno e della Notte (che riprendono tematiche già presenti nel Libro delle Due Vie, del Medio Regno, che rappresenta una vera e propria mappatura del mondo dei morti). Sono stati rinvenuti anche dei testi di carattere funerario e magico riportati sui sarcofagi (Testi dei Sarcofagi) o direttamente sul defunto. Quest’ultimo, infatti, dopo essere stato bendato poteva essere ricoperto da rappresentazioni delle Litanie del Sole, che descrivono le trasformazioni del Sole durante il suo viaggio notturno: un processo di “solarizzazione” che culminava nella rinascita del defunto, assimilata a quella del dio solare all’alba in forma di Khepri. 

Il tema della morte umana è strettamente connesso a quello della morte cosmica e culturale, in quanto intrecciato al problema della crisi dell’ordine. Nell’Antico Egitto il problema della perdita della memoria, dei valori e dell’equilibrio socio-politico era particolarmente sentito, unitamente al rischio di cadere nell’oblio del Caos. La situazione che si creò durante i cosiddetti “Periodi Intermedi”, ad esempio, alimentò inevitabilmente un pessimismo diffuso che produsse opere letterarie di profonda angoscia – com’è testimoniato da componimenti come il Dialogo di un disperato con il suo Ba –, ma ebbe però anche altri risvolti, come ad esempio la riflessione sul ruolo dell’uomo nel mondo, sul comportamento del re e anche sull’organizzazione del cosmo stesso, quindi sull’aldilà e sulle leggi morali da seguire per accedervi, con conseguenti produzioni letterarie trasmesse e riprodotte nel corso del tempo (Insegnamento per Merikara, Insegnamento di Kheti, Dichiarazione di Innocenza davanti al tribunale dei morti, ecc.).

Una manifestazione del potere del Caos, del pericolo della fine del cosmo ordinato e del ritorno allo stadio primordiale della non esistenza (o dell’esistenza in potenza), è il serpente Apopi. In quanto rappresentazione della morte cosmica, egli ostacola la traversata del dio Ra durante il suo viaggio notturno nell’Oltretomba, minacciando di causare, capovolgendone la barca, l’interruzione dello scorrere del tempo e la negazione della vita attraverso l’immobilità. Dato che Apopi è legato al concetto di “non esistenza”, nei testi e nelle formule viene descritto in negativo (es.: “Colui che non ha gambe e non ha braccia”). Ne consegue che non può essere distrutto, ma solo fermato o arginato per mezzo della magia: in alcune raffigurazioni è infatti rappresentato trafitto da coltelli o arpionato, mentre in altre viene semplicemente allontanato con un bastone. 

L’apocalittica egizia che emerge dai testi (es.: Papiro Magico Harris, Papiro Salt, ecc.) fa largo uso di immagini che rimandano al sovvertimento dell’ordine per descrivere la fine: Apopi che sale sulla Barca dell’Infinito, gli astri che non sorgono, la terra che si capovolge e sprofonda nell’abisso, il fluire del tempo che viene meno, al pari della vita che ritorna ad uno stadio potenziale. Tutti concetti che testimoniano l’idea che il Caos primordiale – da cui tutto deriva e al quale tutto può fare ritorno – sia sempre incombente, che l’ordine costituito sia costantemente minacciato dalla possibilità di venire meno e che la morte e la fine siano ineluttabili. Un timore latente da cui è scaturita l’esigenza di fare fronte a questi scenari inserendoli in un contesto magico-rituale di tipo apotropaico, col preciso scopo di scongiurarli e bypassarli culturalmente. 

Per approfondire:

Assmann J. 2002. La morte come tema culturale. Einaudi, Torino.

Assmann J. 2005. Death and Salvation in Ancient Egypt. Cornell University Press, New York.

El Mahdy C. 1989. Mummies, Myth and Magic in Ancient Egypt. Thames and Hudson, Londra.

Ikram S. 2016. Morte e sepoltura nell’Antico Egitto. Kemet, Trieste.

McDermott B. 2006. Death in Ancient Egypt. Sutton Publishing, Stroud.

Spencer A. J. 1982. Death in Ancient Egypt. Penguin Books, Londra.

Tylor J. H. 2001. Death and the Afterlife in Ancient Egypt. British Museum Press, Londra.

Fig. 1 – Raffigurazione del Libro della Terra, presente nella tomba di Ramses VI (XX dinastia) nella Valle dei Re. In alto: la barca solare, con al centro il dio Sole in triplice forma (al tramonto, di notte e all’alba), poggiata sul leone bicefalo Aker (il dio-terra, antica personificazione divina della terra e dell’Oltretomba, chiamato anche “l’occidentale” e “il guardiano del corpo”). In basso: il corpo mummiforme del dio (detto anche “quello dell’orizzonte”) circondato dalle ore della notte e illuminato dal disco solare, in una scena del processo di rigenerazione basata sull’incontro tra Osiride e Ra. I cartigli di Ramses VI, che nell’illustrazione parietale accompagnano la scena, indicano che il re segue il dio e con lui si identifica. 
Fig. 2 – Raffigurazione del papiro funerario di Heruben (XX dinastia). Nella scena centrale, Apopi viene arpionato dal dio Seth, qui in veste di difensore di Ra, mentre cerca di ostacolare la traversata della barca solare durante il suo viaggio notturno nell’Oltretomba. 

Emmanuele Lazzarato

Emmanuele Lazzarato

Storico, antropologo, archeologo, professionista dei beni culturali. Plurilaureato in discipline umanistiche e del patrimonio culturale. Socio Mensa.

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