Le fini del mondo

Riflessioni dell’indomani.

L’idea di una catastrofe definitiva risponde forse alla necessità di inscrivere l’esperienza umana in un grande racconto, dotato di un inizio (la creazione, il Big Bang, il brodo primordiale…) e di un finale degno di nota. Secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade, il mito cosmogonico è un racconto sacro che descrive la creazione del mondo e dell’uomo, stabilendo modelli esemplari per l’esistenza umana. Il mito nelle società arcaiche fornisce significato al mondo e all’esistenza, rivelando modelli e archetipi. Ogni mito cosmogonico porta inscritto in sé anche il seme della sua fine: ciò che è stato creato, per definizione, può essere distrutto o dissolto.

Il pensiero zoroastriano offre una delle più antiche e raffinate visioni escatologiche: un cosmo che termina non con un diluvio d’acqua, ma con un fiume di metallo fuso che purifica tutto ciò che è impuro. Il giudizio finale avverrà dopo una lunga battaglia tra il Bene e il Male. Alla fine, il mondo sarà rifondato: immortale, perfetto e privo di male.

Poche storie hanno goduto di tanto successo quanto quella del Diluvio universale, che troviamo in versioni diverse tra Mesopotamia, Bibbia ed Egeo. La versione sumera-babilonese, con il pio Utnapishtim che costruisce un’arca su consiglio divino, è forse la più antica. La variante ebraica con Noè è senza dubbio la più nota in Occidente. Il Diluvio distrugge il mondo per purificarlo. Questa storia ha una struttura molto semplice e chiara: c’è un colpevole ben definito (l’umanità corrotta) e un salvatore (l’eroe costruttore).

Mentre l’Occidente s’immaginava un tempo lineare con un principio e una fine, l’India antica preferiva il tempo come ruota. Nella cosmologia induista, i yuga (grandi ere) si succedono in un ciclo eterno, al termine del quale il mondo viene distrutto e poi ricreato. Al termine del Kali Yuga, l’era oscura (che stiamo vivendo proprio ora), Vishnu tornerà nella forma di Kalki, il cavaliere apocalittico che spazzerà via il male.

Un tratto comune alle apocalissi antiche è la loro funzione di critica sociale e morale. Quando il mondo finisce, è quasi sempre colpa dell’unanità: la corruzione, l’empietà, l’ingiustizia scatenano l’ira degli dèi o il meccanismo implacabile del tempo cosmico. Le narrazioni della fine sono spesso un modo per parlare del presente più che del futuro.

Il mito vuole che alle soglie dell’anno mille l’Europa cristiana si paralizzasse nell’attesa del giudizio universale, tra monaci che pregavano e contadini che abbandonavano i campi. In realtà, gli storici hanno da tempo smontato questa leggenda. Certo, non mancano i fanatici e i visionari: qualche eremita che si flagella pubblicamente, qualche setta che si ritira sui monti in attesa della fine. Il Medioevo aveva un rapporto più pragmatico con il tempo: l’apocalisse era un evento sempre possibile, ma senza una data precisa.

Il 1666, con il suo diabolico 666 ben in vista, fu un anno particolarmente ricco di aspettative funeste. A Londra, la grande peste e il grande incendio sembrarono confermare le paure di un’apocalisse imminente. Samuel Pepys, nel suo celebre diario, ci restituisce un quadro in cui le catastrofi naturali erano interpretate come segni inequivocabili della collera divina.

Il fascino dei numeri apocalittici non è un’esclusiva di visionari e popolani. Anche matematici e scienziati del tempo non disdegnavano qualche calcolo sulle date finali: persino Isaac Newton, nelle sue lettere e nei suoi scritti teologici, si cimentò nell’arte di prevedere la fine.

La tradizione cristiana ha probabilmente prodotto alcune delle narrazioni più influenti e durature sull’idea della fine del mondo, influenzando non solo la teologia, ma anche la cultura popolare, l’arte e la letteratura.

L’ultimo libro del Nuovo Testamento, noto semplicemente come Apocalisse, si presenta come una serie di visioni spettacolari di guerra celeste, piaghe devastanti e giudizi divini. Scritto probabilmente alla fine del I secolo d.C. in un periodo di persecuzione, il testo è stato interpretato sia come una denuncia politica sia come un messaggio di speranza per i cristiani.

I quattro cavalieri dell’Apocalisse, la Bestia con i suoi 666 e la città di Babilonia che crolla non sono solo immagini evocative, ma anche strumenti retorici di critica e di incoraggiamento, la forza del testo risiede nella sua ambiguità simbolica, che permette di applicare le sue profezie a molteplici contesti storici e personali.

Dopo il 1945, con l’orrore delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, la minaccia di un’olocausto nucleare ha rappresentato per decenni la più concreta delle apocalissi. La paura della guerra atomica ha influenzato non solo la politica globale, ma anche la cultura popolare, dando vita a una mitologia nucleare che ha alimentato film, romanzi e videogiochi. Se nel Medioevo si digiunava e si pregava per evitare la collera divina, la Guerra Fredda ha trasformato la paura dell’apocalisse nucleare in un dispositivo di governance. 

Nonostante le molteplici interpretazioni religiose e profetiche, la fine del mondo è soprattutto uno specchio delle paure e delle ansie che attraversano le società in determinati momenti storici. 

Da sempre la narrazione della fine del mondo è stata strumentalizzata o semplicemente interpretata in chiave politica. La fine del mondo è un modo efficace per mobilitare le masse, ma anche per giustificare repressioni o riforme radicali. 

La paura della morte è il motore primario di gran parte del comportamento umano, le profezie catastrofiche offrono una via per affrontare questa angoscia insostenibile. Conferiscono significato al caos apparente dell’esistenza, imponendo una narrazione ordinata sull’inesplicabile fluire del tempo. Prevedere la fine diventa un disperato tentativo di esercitare controllo sull’incontrollabile, un modo per alleviare il peso schiacciante dell’incertezza. Le profezie escatologiche funzionano come strumenti di coesione sociale, credere in una profezia condivisa diventa un atto di adesione al gruppo che solleva l’individuo dalla solitudine di fronte all’idea della sua mortalità. Inoltre, molte visioni, specialmente quelle millenariste, promettono non solo distruzione ma anche purificazione e rinascita per gli eletti. Offrono una fuga dalle imperfezioni del presente e del sé, proiettando un mondo nuovo, redento dal male attuale, fungendo così da meccanismo di difesa contro frustrazioni, sensi di colpa e disillusioni.

Credere in un evento finale imminente cementa la coesione del gruppo. Le profezie apocalittiche funzionano anche come strumenti di legittimazione, molte società hanno bisogno di un “capro espiatorio” su cui scaricare le tensioni collettive, e l’idea di un’imminente fine del mondo fornisce un bersaglio perfetto: gli untori, i corrotti, i peccatori, gli infedeli. Non a caso, i movimenti apocalittici spesso demonizzano un “altro”, sia esso il governo, gli stranieri o i seguaci di un’altra religione. Appartenere ad un gruppo che verrà salvato, illuminato o preparato, in netta opposizione agli altri, destinati alla perdizione, forgia un’identità collettiva basata su una missione condivisa. Storicamente, profeti e interpreti di queste visioni detengono una grande autorità: la profezia legittima il loro potere, esige obbedienza per la salvezza e può giustificare norme rigide o azioni radicali, offrendo una base ultima per l’ordine sociale. Spesso, queste narrazioni sono veicoli di una critica sociale, dipingendo lo status quo come corrotto e destinato al giudizio, fornendo così una valvola di sfogo per il malcontento e una giustificazione per il rifiuto delle norme dominanti, un rifiuto totale del presente in nome di un futuro radicalmente diverso. Una caratteristica sociologica cruciale è la loro straordinaria resilienza al fallimento. Quando la data prevista passa senza eventi, raramente la credenza crolla. Si attivano invece sofisticati meccanismi di razionalizzazione: reinterpretazioni simboliche, l’idea che le preghiere abbiano ritardato il giudizio, o nuovi calcoli. Questo processo dimostra come la fedeltà al gruppo e al sistema di credenze sia spesso più forte delle evidenze contrarie.

Nell’epoca contemporanea le profezie assumono nuove sembianze, assistiamo a una “scientifizzazione della fine”: l’apocalisse si riveste spesso di linguaggio scientifico (collasso ecologico, intelligenza artificiale ostile, pandemie incontrollabili), trovando una nuova legittimazione nell’autorità della scienza, anche quando estrapolata o distorta. Parallelamente, la cultura pop ha banalizzato l’apocalisse, trasformandola in un luogo comune narrativo per film, serie TV e romanzi, fenomeno che può sia desensibilizzare che normalizzare l’idea stessa della fine, rendendola un orizzonte immaginativo perennemente presente.

Le profezie sulla fine del mondo, dunque, parlano poco di un futuro predeterminato e molto del presente dell’umanità. Sono sintomi della nostra lotta con la finitezza, del bisogno disperato di significato, della ricerca di comunità e della critica radicale del mondo che abitiamo.

Alberto Viotto

Alberto Viotto

Antispecialista. Socio Mensa.

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