Terminale: Cancro

Sospira. “Devi solo aspettare che io muoia.”

È seduto sul letto a gambe incrociate. Io in piedi, mezza nuda, con il reggiseno di una taglia troppo piccola, fuori luogo. Sono una stupida. “Non mi desideri più?”

“Non amo il sesso.”

“Da quando?”

“Da quando ho un cancro terminale al quarto—“

“Ti piace ripeterlo perché vuoi ferirmi.”

“Mi piace ripeterlo perché è cazzo vero.”

Raccolgo gli shorts da terra e mi copro in fretta.

Sorride, e fa oscillare il capo da una spalla all’altra. “Forse.”

“Cosa?”

“Forse voglio ferirti.”

Eccolo, con la sua lingua seghettata. 

“Forse sono invidioso che tu viva e io no.” Corruga la fronte. “Sono egoista, e quindi? Fammene una colpa. Avanti, ti aspetto al varco.”

Un altro litigio, questa volta la porta è chiusa. Mamma è di là, la tv accesa, prego che non senta. “Il cancro non ti autorizza a fare lo stronzo.”

“Sono fatto così, che posso farci. Non me ne frega più un cazzo di niente. Sei più grigia di un marciapiede.” Il suo sguardo si perde in un punto lontano tra le mie clavicole. “Ma non tu. Lo siamo tutti, io, te, il cibo, la musica. Il sesso.”

“Ah, è così quindi? Guardami. Solo perché amo farlo, con te, e non voglio pensare che…” Un bel respiro profondo.

“Fai quello che ti pare.”

Allaccio la cintura, stretta. Troppo. “Preferiresti che io andassi con altri?”

Scrolla le spalle. “Se lo ritieni opportuno.”

Opportuno. “Sai che non lo farei mai.”

“Sai cosa ti manca? La pazienza.”

“Pure.”

“A San Valentino potresti toccarti sulla mia lapide, se io non facessi la chemio.”

Che schifo, cazzo. 

“Dai, che ti stuzzica l’idea.”

“Basta.”

“E allora non fare la dura. Che con me perdi sempre.”

Incrocia le braccia dietro la pelata lucida e si lascia cadere all’indietro sul cuscino. Lo odierei di più se la sua faccia non urlasse malattia

Quanto è stupido. E io di più. “È una guerra?”

“È un fatto.”

Via quelle lacrime calde, da stupida. 

“I fatti vanno presi per quello che sono.”

Le scaccio come insetti, con il palmo della mano, manco fossi io quella che deve crepare. “Ti amo, ti prego, smettila.”

“Te l’ho detto, puoi lasciarmi se fa meno male.”

“Non riesco. Non voglio.”

“E allora non usarmi come una macchina per scopare.”

“Abbassa la voce.” 

“Sei sporca, invasiva, come il cancro, e giochi pure a fare la vittima. Con tua madre, che ti sente, e chissà che cosa pensa.”

Il mio labbro inferiore è come un diapason, lo mordo forte. “Non ti permettere proprio guarda. Che non me lo merito.”

“E allora io mi merito di morire, a ventisei anni, senza aver scritto neanche un album.”

“No.”

“Cos’è un cristo di EP per un artista?”

Cosa sarò io senza di te? 

“Rispondi.” 

“Che vuoi che ti dica?”

“Vorrei che fossi tu a morire. Vorrei che mi dicessi: ‘Sì, ti prego, vivi. Mi taglio le vene, ma vivi!’ E sarei io a piangere, disperarmi, e scrivere una canzone per te. E consolare tua madre, e tuo fratello, e il tuo cane bastardo.”

“Vaffanculo.”

“Sarebbe romantico.”

“Fanno schifo le tue canzoni.”

Gabriel Garofalo

Gabriel Garofalo

Editor freelance di narrativa di genere. Appassionato di narrazioni dark e speculative fiction.

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