Morte a sorpresa

Sì. Quando meno te l’aspetti.

2011. Penultima puntata della prima stagione di una serie che, mescolando lotte, amori e creature di fantasia, ha immobilizzato ansiosamente davanti al video gli spettatori. Almeno tre milioni sono lì a seguire le vicende di una penultima puntata, in cui il protagonista principale, tragicamente nei guai, a seguito di protervia e tradimenti, sta cedendo all’umiliazione pur di salvare la vita che ha importanza per la sua famiglia ancor prima che per lui. La figlia lo ha implorato di farlo, per consentire una speranza di futuro. Esegue. Eppure un minuto dopo, inopinatamente, senza alcuna possibilità di ulteriore via d’uscita, viene decapitato davanti alle figlie e al popolo ingannato. Così muore Ned Stark, lasciando impietriti, affranti e increduli, gli spettatori di quella puntata del “Trono di spade” (“Game of thrones”, in originale), che non era neanche un finale di stagione. Da lì iniziarono dieci anni di (rare) gioie catartiche, alternate a serie di orrori atroci, tra cui la morte non era forse il maggiore. E noi tutti lì, da quella prima volta, a chiederci com’era possibile che il protagonista principale, che ormai amavamo, fosse morto. Non così presto!

Copyright Global Panorama – licenza CC BY-SA 2.0

Ci dovemmo abituare e – ammesso che ci fosse stato bisogno di conferma ulteriore, dopo che un altro protagonista, Khal Drogo, morì nella puntata finale di quella stagione – le tragiche “Nozze rosse”, l’ecatombe nella penultima puntata (di nuovo!) della terza stagione tolsero a tutti ogni speranza. In quella serie non c’era alcuna certezza che i ‘buoni’ vincessero.

E tutto rimase sempre incerto, aleatorio, e minimamente catartico, fino all’ultima puntata dell’ultima stagione, otto anni dopo, con un’ampia coda di accese opinioni contrastanti dei fan. La maggior parte in disaccordo con la produzione. 

Pochi mesi dopo la prima stagione del “Trono di spade”, anche nella seconda stagione dell’altrettanto fortunata serie “The walking dead” morì una dei protagonisti della prima ora, Shane, e altri eccellenti seguirono nelle stagioni successive, senza risparmio di atrocità di esecuzione (nessuno spettatore poté dimenticare la morte di Glenn, nella puntata di esordio della settima stagione).

Si era infranto un tabù: l’eroe vince e sopravvive sempre, anche se fortuitamente e all’ultimo momento.

E il tabù era ancora più forte se il soggetto delle avventure piuttosto che un uomo fosse un superuomo.

Eppure anche questo fu infranto: “La morte di Superman” fu un caso epocale. Nel 1992 l’uomo d’acciaio dei DC Comics fu fatto soccombere dal suo autore, Dan Jurgens, ovviamente da eroe, nello sconfiggere e portare a morte con sé il terrificante Doomsday, mostro fuoriuscito dalla crosta terrestre e incredibilmente potente, anche perché assorbiva energia da ogni attacco contro di lui. Dan Jurgens divenne noto come “L’uomo che aveva ucciso Superman”. Altrettanto epocale fu, ovviamente, anche la “resurrezione” di Superman due anni dopo. Inevitabile, probabilmente, dato il clamore e le proteste dei lettori.

Thomas Brueckner – licenza CC BY 2.0

Vent’anni dopo il clamoroso episodio fu riportato in auge sul grande schermo da Zack Snyder, includendolo – con un altro percorso di trama –  in Batman v Superman: Dawn of Justice, concluso appunto dalla morte del supereroe. Botteghini sbancati, nonostante diversi elementi di critica. Successo che non fu replicato dalla gestione della sua resurrezione in Justice league, film di tono nettamente minore. 

E anche la Marvel Comics di Stan Lee non si fece mancare morti speciali. Tra queste Jean Grey (uno degli X-Men – X-Women? – più potenti) fu quella specializzata in più resurrezioni sotto varie forme, complice l’influsso dell’entità cosmica Fenice, il cui nome è già un programma. Ovviamente replicata nella saga cinematografica.

E che dire di eroi che muoiono continuamente per rinascere e vivere un’altra vita? Come un celebre fumetto dei primi anni ‘60, Mort Cinder, opera della raffinata e virtuosa china di Alberto Breccia e della penna geniale di Héctor Oesterheld, la cui mente brillante aveva già prodotto qualche anno prima il celebre fumetto l’Eternauta , oggi diventato un’attesa serie televisiva. Il fumetto era incentrato su un eroe conflittuale e compassionevole, ‘condannato’ all’eternità ma non all’immortalità. Ogni vita che percorre lo può portare – come quella di ognuno – alla morte, sempre violenta, cui segue però una resurrezione, spesso con altre identità e in altre epoche. Così facendo di Mort Cinder una sorta di testimone della narrazione storica umana, cui partecipa con passione, dalla costruzione della Torre di Babele fino alla I guerra mondiale e oltre.    

L’eterno ritorno è anche tema più recente di alcuni film di fantascienza, come Edge of Tomorrow – Senza domani,  in cui Tom Cruise si ritrova a rivivere le stesse giornate innumerevoli volte, reinnescate da ogni evento che lo uccide e ciò, come ci hanno insegnato altri film di tono diverso, come “Il giorno della marmotta” (dove il loop giornaliero era automatico, senza necessità d’innesco), gli dà la possibilità di memorizzare ogni attimo e ogni possibile azione da svolgere per prolungare quella giornata quanto più possibile e sconfiggere il nemico prima di morire, cercando anche di salvare la sua partner, l’unica che gli può credere e combattere secondo la sua guida. 

Si potrebbe continuare con le citazioni, con la lunga lista di morti apparenti o vere, inaspettate e improbabili, e ancora più improbabili resurrezioni. Vorrei però aggiungere solo un elemento ancora a questa breve carrellata: una morte capostipite che oggi solo i cinefili di antica data hanno ben presente, anche nella memoria visiva. Averla letta su praticamente tutti i libri che parlano di cinema non è la stessa cosa. La morte del protagonista di “Sunset Boulevard”. L’inizio del film è infatti già il colpo di scena principale e un assurdo logico che però nessuno sente il bisogno di spiegare per godersi il film: una piscina inquadrata dall’alto, poi dal fondo, e il corpo di un uomo vestito che vi galleggia dentro. In sottofondo una calda e profonda voce narrante che ci accompagnerà per tutto il film. La voce è proprio quella del morto che, avviando quel lunghissimo flashback (si può dire di un cervello defunto?) che è tutto il film, ci racconta i fatti dai loro prodromi fino alla conclusione preannunciata. Quindi il punto d’interesse è rovesciato, rispetto alla classicità delle trame precedenti: non “come andrà a finire?” ma “come ci si è arrivati?”. E il resto del film è poi pura storia del cinema e la sua sceneggiatura un ‘sacro testo’ con cui confrontarsi.

Arnaldo Carbone

Arnaldo Carbone

Ex fisico. Ex ICT. Alfiere dell’innovazione etica. Disserta di neuroscienze ma scrive poesie. Impenitente bibliofilo e Socio Mensa.

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