Figli ideali, figli reali

Maria ha 40 anni ed è un’avvocata. Avrebbe voluto studiare lingue e viaggiare per il mondo, ma suo padre la pensava diversamente.
Marcello ha messo su famiglia, proprio come voleva sua madre.
Antonella ha lasciato il suo compagno, giudicato non adatto dalla sua famiglia.

Arrivati ad un certo punto della loro vita, Maria, Marcello e Antonella potrebbero chiedersi se, in un dato momento, la voce dei propri genitori, delle famiglie d’origine, sia diventata più forte e sovrastante della propria. Il passo successivo potrebbe essere chiedersi perché questo sia successo, fino ad arrivare a domandarsi quanto delle proprie scelte nasca davvero da sé e quanto piuttosto dal desiderio di non deludere i genitori.

Ho parlato di aspettative e desideri, famiglie invadenti, figli irrisolti e traumi emotivi con la socia Mensa Stefania Vecchia, psicologa e psicoterapeuta.


Da dove nascono le aspettative e dove si colloca il confine del controllo


Stefania, partiamo dalle basi: perché i genitori hanno aspettative? Da dove nascono esattamente?
Le aspettative genitoriali hanno origine da tre punti di partenza. Il primo è biologico e culturale: compito dei genitori è quello di garantire la sopravvivenza del figlio e farlo attraverso strumenti di cura e protezione. Devono assicurarsi che stia bene, che sviluppi le proprie capacità, che si inserisca nella società e che diventi autonomo per trovare il proprio posto nel mondo. Questo è il “caregiving system”, quel sistema motivazionale di cui parla la teoria dell’attaccamento umano e che si attiva in noi quando abbiamo qualcuno di fronte che percepiamo come vulnerabile o bisognoso di aiuto (in questo caso i figli neonati). Ha la funzione di proteggerlo, accudirlo e favorirne lo sviluppo.  Il secondo punto riguarda la nostra storia personale e familiare, i valori tramandati nelle generazioni e i modelli di successo e fallimento che diventano, inconsapevolmente, il metro di misura dei figli stessi, in quanto definiscono ciò che noi consideriamo come una “buona” vita.  Il terzo punto di partenza riguarda i bisogni emotivi dei genitori. È vero che il compito è proteggere e sostenere i figli, ma quando i genitori sono preoccupati, fragili o insicuri può accadere che il successo, la felicità o le scelte dei figli diventino una fonte di rassicurazione per sé stessi. E così le aspettative non riguardano più solo il bene dei figli, ma anche il bisogno dei genitori di sentirsi adeguati o confermati nel proprio ruolo. E si arriva al: “se mio figlio riesce, allora sono un buon genitore… ma se fallisce, allora sono inadeguato”.

Sopravvivenza, background culturale ed emotivo. Penso però che le aspettative talvolta possono derivare anche dalla proiezione dei propri sogni non realizzati. Cosa ne pensi?
È uno dei meccanismi che incontro più spesso in terapia. Un genitore che non è diventato medico e spinge il figlio verso medicina, un figlio che si sente in dovere di continuare a studiare per non tradire e deludere i genitori quando in realtà vorrebbe fare tutt’altro… E così il figlio diventa il luogo in cui il genitore cerca di completare ciò che non ha potuto realizzare in prima persona. Preciso che è un fenomeno umano e molto diffuso. Il problema nasce quando i genitori non si domandano chi è veramente il figlio ma cosa potrebbe diventare per compensare una loro mancanza. Trasmettere passioni non è di per sé sbagliato, bisogna però stare attenti a non sovrapporre i propri sogni a quelli dei figli.

Da quanto detto finora, mi pare si possano contrapporre due modelli, il genitore che guida e il genitore che controlla. Che differenza c’è tra le due figure?
Guidare significa offrire strumenti, valori e sostegno lasciando all’altro la scelta finale della direzione verso cui camminare. Il controllo invece definisce destinazione e tempi e monitora le deviazioni, perché il risultato desiderato è più importante della libertà del figlio. Guidare i figli senza debordare nel controllo è molto difficile perché richiede il saper tollerare l’incertezza e l’accettare che possano essere prese strade diverse da quelle che vorremmo. Ci sono segnali che sarebbe opportuno monitorare per capire in che posizione ci si sta ponendo verso i figli. Ad esempio, lo stato d’animo del genitore che dipende dai successi o fallimenti del figlio oppure il provare risentimento o fastidio quando il figlio prende una decisone diversa da quella che vorrebbe, potrebbero essere dei segnali da non sottovalutare.

Sembra tutto molto semplice e lineare, però in psicologia si parla spesso di una dimensione ingombrante e complessa, l’inconscio. Anche le aspettative possono essere inconsce, o per meglio dire inconsapevoli?  
Sì. Le aspettative consapevoli sono esplicite possono essere negoziate o messe in discussione. Le aspettative inconsapevoli passano attraverso il non-detto, si manifestano a volte con emozioni, delusioni, entusiasmi selettivi, silenzi punitivi… Un figlio può percepire chiaramente ciò che i genitori si aspettano da lui anche quando nessuno glielo ha mai detto esplicitamente.

La reciprocità dello sguardo

Devo dire che tutto questo, da figlia, ha senso e tocca nervi scoperti. Non mi sono però mai soffermata troppo a riflettere sul rovescio della medaglia: anche i figli nutrono aspettative nei confronti dei genitori?
I figli hanno aspettative molto profonde verso i genitori: vogliono essere visti, ascoltati, accettati per come sono, amati, accontentati, consolati quando soffrono e sostenuti quando affrontano cose nuove. Non cercano genitori perfetti ma senza ombra di dubbio si aspettano figure sufficientemente affidabili da poter rappresentare un punto di riferimento stabile. La teoria dell’attaccamento definisce questo la “base sicura” per indicare che il bambino ha bisogno di sapere che può allontanarsi, esplorare il mondo, sperimentare, sbagliare e quando sente il bisogno, tornare da una figura disponibile e capace di offrire protezione e conforto. Questa è l’esperienza che favorisce lo sviluppo dell’autonomia.

Perché è così importante, per un figlio, sentirsi accettato indipendentemente dai risultati raggiunti?
Conta moltissimo. Uno dei bisogni psicologici fondamentali è essere accettati e riconosciuti come persone e non valutati (e amati) in base alle prestazioni. Quando un figlio sente di essere amato solo nella misura in cui soddisfa determinate aspettative, rischia di sviluppare un’identità fragile, con bassa autonomia e basata sulla ricerca continua di approvazione. Le ricerche sull’attaccamento umano ci dicono inoltre che l’accettazione e la disponibilità emotiva dei genitori favoriscono lo sviluppo di un’autostima più stabile e meno dipendente dai successi o dai fallimenti. È molto importante sentirsi accettati dall’esterno affinché quello sguardo benevolo possa essere interiorizzato gradualmente e poter così sviluppare quello che nel buddismo (e nei più recenti modelli psicoterapeutici) viene chiamato “sé compassionevole” che è una parte di noi in grado di trattarsi con comprensione e con la stessa gentilezza che riserveremmo ad un amico in difficoltà.  I figli che crescono con genitori capaci di questa accettazione hanno molte più probabilità di sviluppare quella voce dentro di sé. Chi invece cresce sotto pressione tende a costruire un “critico interiore” molto feroce che continua a lavorare anche quando il genitore non è più in scena.

Quando l’orizzonte diventa gabbia

Torniamo ora a parlare delle aspettative dei genitori: quando queste diventano vere e proprie pressioni?
Lo diventano quando l’aspettativa smette di essere un orizzonte e diventa una condizione. Cioè quando il messaggio implicito non è più “credo nelle tue possibilità e qualunque cosa fai io ci sono” ma diventa “devi farcela a tutti costi”.  A quel punto diventa pressione e il figlio può percepire che il legame affettivo è in qualche misura subordinato al risultato. Spesso non è nemmeno necessario che il genitore parli: basta un silenzio troppo lungo dopo un voto deludente, per fare arrivare il messaggio forte e chiaro. L’attaccamento ci dice che il bambino è un lettore finissimo del genitore e molto prima di capire le parole, legge le emozioni, i gesti, la disponibilità.

Quali sono i rischi in questi casi? Quali effetti possono avere sui figli aspettative troppo elevate o poco realistiche?
Possono produrre ansia, perfezionismo, paura del fallimento, senso cronico di inadeguatezza e difficoltà nel riconoscere i propri desideri più intimi e veri. E il rischio è che le scelte vengano organizzate attorno alle aspettative altrui più che alla costruzione di una propria identità. Non è una regola ferrea ma ci sono alcune traiettorie ricorrenti. In alcuni ragazzi si sviluppa un perfezionismo rigido che li può far raggiungere risultati eccellenti a costo di un’ansia cronica e di un’autostima fragile. In altri emerge la ribellione come strategia di sopravvivenza dove il fallimento diventa l’unico modo per dire “io non sono il tuo progetto”. In altri ancora si manifesta la rinuncia preventiva perché è meglio non provarci che deludere.

E in base alla tua esperienza di psicoterapeuta, quali sono le conseguenze più comuni delle aspettative eccessive?
Le conseguenze più frequenti riguardano tre aree. La prima è la difficoltà a riconoscere i propri desideri autentici, in sostanza la persona perde il contatto con i propri valori nel senso profondo del termine: non le cose che “dovrebbe” volere, ma le direzioni di vita che le appartengono davvero. La seconda area è la gestione del fallimento, in quanto chi è cresciuto sotto pressione tende a vivere ogni errore come una catastrofe identitaria, così come tende ad alzare sempre di più l’asticella della performance senza riconoscere i propri limiti. La terza riguarda le relazioni, poiché la stessa dinamica di ricerca di approvazione e timore del giustizio si può riprodurre con il partner, con i colleghi, persino con i propri figli.

Il ruolo della società della performance

Vesto di nuovo i panni del genitore per chiedermi se oggi non siano più solo le mamme e i papà a generare aspettative, bensì l’intero contesto sociale. Penso per esempio ai social, dove chiunque sbandiera la propria vita perfetta.
È difficile separare le due cose perché non viviamo nel vuoto, siamo immersi in una cultura, in un’epoca storica e in un sistema di valori che inevitabilmente influenzano il nostro modo di vedere il mondo e di pensare interiormente i figli. Lo zeitgeist contemporaneo attribuisce grande importanza alla produttività, alla visibilità e al successo. Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto questa condizione come la “società della prestazione” in cui il valore personale tende ad essere misurato soprattutto attraverso ciò che si fa e si produce. In questo contesto è comprensibile come molti genitori, in buona fede, trasmettano ai figli l’idea che sia necessario distinguersi, non sprecare le proprie opportunità, essere di più degli altri. Una volta il confronto si faceva con i cuginetti, con i compagni di scuola, con i bambini del quartiere. Oggi il confronto è globale e avviene in tempo reale attraverso vetrine virtuali in cui si mostrano vite perfette, famiglie perfette, bambini perfetti. C’è circolante nei social questa illusione che il successo sia a portata di tutti e che il fallimento sia colpa dell’individuo. In uno scenario così, i figli diventano gli indicatori dello status familiare e questo non può non ricadere pesantemente nella relazione con i figli. Detto questo, la società non è ovviamente l’unica responsabile poiché ogni famiglia interpreta quei valori in modo diverso. Ed è proprio in quello spazio tra ciò che la cultura propone e il modo in cui i genitori la traducono nel quotidiano che nascono le aspettative concrete con cui i figli si confrontano.

Per un’ecologia delle aspettative

Stefania, finora abbiamo dato una connotazione alquanto negativa alle aspettative. Credi che possano avere anche un’accezione più positiva o costruttiva?
In psicologia chiamiamo “effetto Pigmalione” quel fenomeno per cui le aspettative positive tendono a diventare profezie che si auto-avverano. Sapere che un genitore crede nelle tue capacità, che vede in te un potenziale prima ancora che tu stesso possa vederlo, è un fortissimo motore evolutivo. Per cui l’aspettativa è costruttiva quando funge da orizzonte di possibilità e non da binario predeterminato. Ma c’è un’altra dimensione che mi sembra ancora più importante: le aspettative sono costruttive quando sono ancorate ai valori e non ai risultati. Un genitore che dice “mi aspetto che tu prenda trenta e che vinca tutte le partite” sta trasmettendo un traguardo. Un genitore che dice “mi aspetto che tu sia curioso, che ti impegni, che tratti te stesso con rispetto” sta trasmettendo una bussola.

Detto così sembra facile, ma la mia esperienza mi porta a dire che non lo è. Puoi darci qualche consiglio pratico per imparare, da figli e/o da genitori, a comunicare in modo più sano e costruttivo?
È importante parlarne apertamente. Spesso le aspettative più pesanti sono proprio quelle che restano implicite. I genitori che riescono a dire “Mi aspetto questo da te, cosa nel pensi?” aprono uno spazio di dialogo proficuo. Dall’altra parte, i figli che riescono a dire “Sento che vuoi questo da me ma io mi sento così” trasformano il conflitto in incontro.

Non sarebbe più semplice non avere del tutto aspettative nei confronti dei figli?
Probabilmente no. Il punto non è eliminarle ma mantenerle flessibili, separarle con chiarezza dall’amore ed essere comunque disposti a vederle tradite. L’obiettivo è crescere un figlio che possa differenziarsi dalle aspettative senza perdere il legame con chi lo ama.

Stefania, grazie per questo interessante approfondimento. Credo sia davvero utile confrontarsi con queste tematiche per provare a guardarsi dentro e capire quanto il nostro vissuto di figli e figlie ci ha portato ad essere ciò che siamo. E, da genitori, provare a capire come possiamo rompere il ciclo. Concludendo, quale pensi sia l’equilibrio più importante da ricercare?
Se dovessi indicare un solo equilibrio, direi questo quello tra il vedere il figlio come lo si vorrebbe e il vedere il figlio come è. Ogni genitore porta dentro di sé un’immagine del figlio ideale, è inevitabile e di per sé non è un danno. Il danno avviene quando si confonde il figlio reale con il figlio immaginato.

Alessia Martalò

Alessia Martalò

Binge watcher seriale, si divide tra case libri giochi da tavolo fogli di giornale. Socia Mensa.

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